Giulia e la Lambretta

 

Cagliari, 26 Ottobre 1975.

Mi chiamo Giulia. E questa è la mia storia.

Sono nata in un piccolo paese nella provincia di Cagliari, nel 1922. Mio padre era un soldato della Brigata Sassari, combatté al Fronte Italiano nella guerra del Quindici Diciotto. Prima di partire, faceva il contadino. Avevamo un discreto appezzamento di terra, che si estendeva tutto attorno alla nostra casa. Nel 1914 io ero solo un dolce sogno che saltellava dalla mente della mia futura mamma a quella del mio futuro padre, un sogno che si interruppe quando l’Italia costituì il glorioso reggimento di fanteria, che negli anni a seguire fu tanto acclamato dalla storiografia.

Papà combatté sull’Isonzo, sull’altopiano d’Asiago e in tutte quelle località che oggi, in onore delle operazioni belliche, costituiscono la toponomastica urbana di un quartiere popolare del capoluogo della Sardegna. Durante i miei studi per prendere i voti, quando la Germania prometteva grandi opere di espansione puntando il dito contro mezza Europa, fui costretta a leggere Un Anno sull’Altipiano, scritto da Emilio Lussu. Non erano tempi, quelli là, per potersi opporre alle scelte didattiche degli insegnanti. Così, per dieci giorni, non potei fare a meno di ridipingermi in testa, parola dopo parola, frase dopo frase, il volto sfigurato di mio padre, quell’occhio incavato e rinsecchito attorno a grumi di pelle raccapezzata alla bell’e meglio, i capelli divenuti radi, le macchie dei geloni nei piedi. Questo vedevo, mentre studiavo la Grande Guerra, quando lui era morto da un paio d’anni. Tutto il lavoro di mia madre, che aveva speso ore ed ore a descrivere la sua bellezza prima che partisse per il fronte, fu vanificato: in un attimo l’idealizzazione di un papà bello e forte aveva lasciato il posto all’immagine sfigurata che avevo sempre visto.

Nel 1940, le nostre vigne erano rigogliose e colorate, decine di mezzadri se ne curavano, e il pane non mancava per nessuno. Poi cominciò lo spopolamento: l’Italia partecipò alla Seconda Guerra Mondiale. Ricordo ancora quando misuravamo le pagnotte per razionarle, la fame, il desiderio di un bicchiere di mosto, che solo pochi mesi prima potevo bere fino all’indigestione. La mamma decise di affidarmi alle suore, e prima che potessi accorgermene indossavo una tunica, ero bianca come il sale e vivevo a Cagliari, nel piccolo convento della chiesa di  Sant’Antonio Abate.

Non ho mai sopportato le fastidiose funzioni religiose, la messa, le preghiere. Probabilmente non ho mai creduto in Dio, anche se la convinzione la raggiunsi nel Febbraio del 1943. Mi pare di rivedere le immagini, una per una. La città grigia, la vista offuscata dal fumo e dalle polveri, le urla della gente, e poi Mario. Lui sì, che era ciò che avevo sempre desiderato nella mia esistenza. Qualcuno che sapesse tacere, che affrontasse la vita come a me non era mai stato permesso di fare: a pugni chiusi.

Era un gran bel tipetto. Al mondo non aveva nessuno, e a quattordici anni era l’esatto prodotto di una società spezzettata, di una nazione che aveva sì un capo, ma se aveva una coda, non la smetteva di morderla. I suoi occhi eran pieni di sale, un colorito sporcato dalla tristezza, dalla nostalgia e dall’amore perduto. Era alla disperata ricerca del suo cane, un Sanbernardo che aveva chiamato come lui, e per cui era pronto a tutto pur di salvarlo. Ma questa è un’altra storia, e di Mario parlerò tra poco. Per ora dirò soltanto che fu per suo merito che lasciai i voti.

Nel 1947, la guerra era bella che finita, e l’Italia era diventata una repubblica. La Sardegna stava per essere proclamata Regione a Statuto Speciale, e in quell’occasione avrebbe perso la sua grande occasione per l’indipendenza.

E fu lanciata sul mercato la motocicletta Lambretta.

Prima d’allora avevo visto solo i mezzi dei soldati, enormemente più grandi e rumorosi. La Lambretta invece era piccoletta, sguizzava tra le malandate vie della città come un’ape in cerca del polline. Era così elegante, romantica e d’una bellezza da mozzare il fiato. O forse ne ho questo ricordo per l’uomo che la guidava. Silvio era un ragazzo di venticinque anni, lavorava come praticante ingegnere, in alcuni dei numerosi cantieri che vennero imbastiti in quegli anni, e io facevo la cameriera per il suo impresario. Era un periodo in cui non ero ne carne e ne pesce. Ero fuggita dal convento, la mia istruzione non era stata completata, ed avevo una gran voglia di vivere. Fuori, senza i doveri, senza il controllo delle superiori, il mondo mi sembrava una enorme giungla, solo che gli animali feroci erano il frastuono di martelli e utensili, delle demolizioni, di tutta quella folla piena di fretta e con l’aria disorientata, come se ogni persona prevedesse il grande cambiamento che andava a svolgersi. Ed io ero una di loro.

Con Silvio riuscii a dare un nome a molte delle cose che per anni avevo solo potuto immaginare. Sentii per la prima volta il sapore della pelle, l’odore dei capelli, quello dei suoi vestiti, quando sfrecciavamo per le strade a bordo della sua Lambretta. In convento e in chiesa, gli uomini potevo solo osservarli, come fossero delle figure unidimensionali. Fu questo che avevo capito e immediatamente cominciato a desiderare, quando il giovane Mario venne ospitato dalla nostra Missione, e da allora imparai a percepire le persone con tutti i sensi, prima che con la vista. Un po’ come faceva il suo cane, Mario il Brigante.

Il nostro posto preferito si trovava in cima a uno dei colli della città, al fortino anti aereo. Tra le sue mura si percepiva ancora l’odore della polvere da sparo, il sentore della guerra. Spingevamo la Lambretta fin lassù, inerpicandoci nelle stradine di sassi ed erbacce. E ce ne stavamo a guardare il Castello, o il mare dall’altra parte. Avevo un modo tutto mio di amarlo, continuavo ad osservarlo, a prendere nota di ogni suo tratto, in me albergava ancora l’animo della giovane ragazza fatta prigioniera di una vita che odiava, così cercavo di memorizzare tutto quello che vivevo, nel perenne terrore che forse, un giorno, la vita mi avrebbe costretto a una nuova prigionia. Avevo semplicemente paura di non avere abbastanza tempo per amare.

Una sera, sopra il nostro colle preferito, ci attardammo ad osservare le nuvole rosse che si addensavano sopra di noi. Gli sbuffi e gli sfilacciamenti provocati dalla brezza autunnale davano alle piccole lucine delle abitazioni un colore che da giallo virava sul rosso. Attendemmo alcuni minuti sotto la pioggerellina, prima di deciderci a montare sulla Lambretta. La casa dove abitavo era ai piedi di una via alberata, che ci divertivamo a percorrere perché aveva due curve veloci in discesa che finivano in un rettilineo. Fu quella sera che Silvio morì. Perse il controllo della moto e andammo a sbattere su un albero, a pochi metri da casa mia. Avevo venticinque anni, e il mio primo amore mi morì tra le braccia.

Gli anni a seguire furono i più belli della mia vita. Mentre le donne della mia età erano già spose e madri, io mi dividevo tra un servizio in qualche villa e le cene con gli amici di tutti i giorni. Silvio restò il mio unico ricordo di passione per molto e molto tempo, mi bastò il pensiero della nostra esistenza.

Gli amici di tutti i giorni, naturalmente, avevano dei nomi: Mario, Gabriele e Ponziano. Mario si era fatto uomo e studiava al magistero, suo padre Gabriele e Ponziano -il soldato meno feroce del Regio Esercito- avevano una piccola impresa di costruzioni. Vivevano tutti insieme nella vecchia casa di famiglia, che avevano ricostruito dopo i bombardamenti degli Alleati.

Oggi, il nostro mondo è tutt’altra cosa rispetto a quello di quando eravamo dei ragazzi. La città si va gonfiando sempre di più, e chissà se imparerò mai ad accettarlo. Chissà se mi farò mai piacere che il frastuono delle folle copra le voci delle singole persone, chissà se un giorno potrò tornare a distinguere, in mezzo a questa enorme mescolanza, l’odore ed il sapore di ogni piccola cosa.

Da qualche anno non lavoro più, presi questa decisione quando i miei figli finirono le scuole. Il più piccolo, Emanuele, ama la musica, e sogna che il suo complesso arrivi a suonare negli stadi di calcio. Il primogenito, che porta il nome di suo nonno, ha sempre amato i dinosauri e studia alla facoltà di paleontologia, e un giorno diventerà professore. Suo padre, da quando cominciò a portare i primi voti eccellenti a casa, lo chiama Professor Gabriele.

Mi Chiamo Giulia, ho cinquant’anni, e quando sono a casa, dinanzi ai miei figli e a mio marito Mario, mi pare di essere felice.

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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