Mario urlò di nuovo. Scese gli scalini a quattro a quattro. Arrivò al secondo piano, poi al primo, infine giunse al piano terra. In lontananza un uomo in divisa, di spalle, tirava forte il collare di Mario il Brigante.

  • Ehi! Bitte! Bitte! Fermo! Tenente CAZZO! Fermo! Sì, dico a te, tenente Cazzo, o come ti chiami- urlò come se cercasse di sputare il suo stesso fegato per usarlo come arma per difendere il suo Brigante.

L’uomo si fermò, Mario corse a perdifiato, quella parte dell’ospedale era affollata di persone che andavano e venivano via, tutti si fermarono ad osservare quella scheggia impazzita. Quando Mario li raggiunse, gridò:

  • Bitte! Hai tre secondi, dopo di che ti azzanno il collo e stringo finchè non sento sapore di osso. Mi hai capito, tenente?

L’uomo si voltò. Tic tac, tic tac. La stampella che teneva alla mano destra batteva sul pavimento, la divisa di due taglie più grande e un viso scavato e provato dalla stanchezza.

  • Figlio mio.

Mario restò immobile. Squadrò l’uomo dalla testa ai piedi. La gamba destra leggermente piegata, appoggiata dolcemente al suolo, la scarpa slacciata lasciava intravedere un pezzo del calzino verde.

  • Sei tu?
  • E chi, se no?

Gabriele prese suo figlio tra le braccia, strinse così forte da togliersi il fiato. Mario restò immobile, come suo solito, le braccia abbandonate penzoloni lungo i fianchi. Erano passati due anni dall’ultima volta che si erano guardati negli occhi, e non attraverso una fotografia. Era partito per l’addestramento, poi tornato a Cagliari per ripartire in Libia. Laggiù aveva combattuto, ma l’esercito italiano era stato sbaragliato da quello della Corona, e i militari erano stati rimpatriati. I feriti erano stati portati in Sardegna, la base più vicina. E lui aveva avuto la fortuna di perdere l’uso della gamba destra in combattimento.

  • Come mi hai trovato?
  • Sono andato a casa, ho visto quello che ne rimane. Oh, mio piccolo ometto, non sai quello che ho provato quando l’ho vista. Ho chiesto aiuto all’arcidiocesi, che mi ha dato un alloggio per alcuni giorni, poi un giorno ho conosciuto una certa Suor Giulia. Mi ha raccontato tutto quello che hai combinato, per cercare il tuo cane. Ed eccomi qui.
  • Ma perché lo hai preso, poco fa?
  • Perché mi mancavi, e quando ti ho visto, di spalle, così grande che stentavo a credere fossi mio figlio, ho avuto paura di non farcela, di non sapere cosa dirti quando ti avrei riabbracciato. Ho provato una forte nostalgia, per tutto il tempo perso.

Gli prese una mano e la guardò attentamente, poi fece lo stesso con l’altra, gli carezzò il viso, contemplando la bellezza dei suoi lineamenti e riflettendo su quanto avesse sofferto per non avere assistito al cambiamento del suo bambino che si era fatto ragazzo. Proseguì:

  • Allora ho deciso di fare, come dire, a modo nostro. Ho creato un diversivo e ti ho fregato il cane.

Continuarono a parlare, raccontandosi l’un l’altro le vicissitudini, senza badare all’ordine, riversandosi addosso i propri flussi di coscienza e sovrapponendo le voci.

  • Ma dimmi, come si chiama questo bestione?
  • Mario?
  • Sì.
  • Lo hai chiamato come te?
  • Sì, Mario il Brigante. perché lui è uguale a me, lui è il mio sosia – indicò le zampe, e poi i suoi piedi, con gli inseparabili anfibi che gli aveva donato lui stesso.
  • Chi era il militare che sei andato a trovare?

Mario cominciò a raccontare. Parlò del giorno del bombardamento mentre era all’aeroporto, del suo risveglio dentro la camionetta, poi del loro ritrovo. Spiegò come Ponziano lo aveva aiutato a riprendere Il Brigante e come, in un certo senso, gli aveva salvato la vita tenendolo lontano dalla stazione ferroviaria.

  • È un po’, come dire… è un ragazzo particolare. Mi ha detto che vorrebbe venire a Cagliari, quando la guerra sarà finita.
  • Gli cambierai il nome, a quel soldato? Chiamerai anche lui Mario, come il cane?

Gabriele lo abbracciò ancora, poi dalla tasca estrasse un sacchetto di carta e glielo porse.

  • Cosa è?
  • È il mio regalo per te.

Mario ruppe il sacchetto e ne estrasse un libro: Mark Twain, Le avventure di Tom Sawier. Senza la minima esitazione, aprì e cominciò a leggere la prima pagina. Suo padre lo fermò.

  • Questa è una nuova avventura, ti piacerà.
  • E adesso che faremo?
  • Andiamo in campagna.
  • In campagna?
  • Si, figlio mio, la guerra non è finita.
  • E che ci andiamo a fare?
  • Ce ne stiamo lontani dalle bombe. E…
  • E?
  • E se capita facciamo un po’ i briganti. Ti va?
  • E Franco, i cugini Luigi e Andrea, e il pelato?
  • Li ritroveremo, e tutto sarà più bello di prima.

Era il tredici Marzo del 1943. La guerra era ben lontana dal finire. Cagliari avrebbe continuato per altri interminabili sei mesi ad essere la cavia delle azioni militari anglo americane contro gli avamposti del Reich. L’esercito italiano avrebbe subito altre grandi sconfitte e tutto ciò che non era ancora stato distrutto, avrebbe trovato la fine prima della firma dell’armistizio e della Liberazione.

Mario e la sua famiglia, che di avventure si cibavano dalla loro nascita, avrebbero aspettato la fine del conflitto fuori città. Gabriele avrebbe barattato i preziosi sigari che aveva accumulato mentre era sotto le armi con laterizi e cemento. La loro casa avrebbe rivisto la luce prima del Natale del 1943 e sarebbe stata ricostruita con le loro mani, sotto le indicazioni del Capo Mastro Ponziano Scarabottini di Spoleto.

E Suor Giulia? Suor Giulia sarebbe rimasta sempre lì, al fianco di Mario, e un giorno non così lontano, avrebbe dismesso la tonaca, per diventare la sua Darma. O forse, questo era solo il sogno di Mario.

                                                                                            𝔽𝕚𝕟𝕖

 

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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