Era ormai notte fonda, quando Mario, Il Brigante e Ponziano erano stati caricati su un carro ambulanza, e portati all’ospedale. Ponziano era privo di conoscenza, e il ragazzo, mostrando i pugni e sistemandosi la lunga gonna per preparare un attacco a calci, era riuscito a impedire che li separassero. Ai medici aveva raccontato di essere stato soccorso da quell’uomo, che non conosceva, mentre si trovava nel mezzo del bombardamento. Solo alcuni giorni dopo, i medici avevano scoperto che era un soldato del Regio Esercito. Mario invece era stato destinato ai ricoveri sotterranei dell’ospedale, e da allora si era ben guardato dall’uscire, per sfuggire alle ricerche dei tedeschi.
L’ospedale Civile si trovava a mezzo chilometro di distanza da quella che fino a poche settimane prima era stata la sua casa, ed era lì che era nato. Era il sei Marzo. Si alzò dalla branda e si guardò intorno, i rifugiati con cui divideva la stanza dormivano ancora. Puzza di marcio, luci flebili e un gran caldo: in sette, otto con il Brigante, erano decisamente troppi per le dimensioni di quel tugurio: una donna che aveva perso la sua famiglia nei bombardamenti del 26 febbraio, due anziani signori, una bambina di dieci anni, e, posizionati vicino alle finestre, due giovani fratelli, entrambi senza gambe. Erano in ospedale dal giorno del bombardamento all’aeroporto, dove lavoravano come civili. Prima dell’arrivo del ragazzo e del cane che portava il suo stesso nome, ognuno passava le giornate in silenzio, in preda al terrore di quello che avrebbero trovato una volta usciti, col perenne tormento di non rivedere più gli amici, i parenti, i vicini di casa scappati in provincia. Di non poter sentire mai più il rumore delle scarpe sul selciato delle salite a Castello, l’odore di tufo umido, la vecchiaia della loro città, il sentore di vita e i segni delle persone che l’hanno abitata. Magari sarebbe stata ricostruita, reinventata e riorganizzata, cancellata per sempre e coperta di mattoni nuovi, inodore e insapore. Poi era apparso il Brigante, ed era diventato l’amico di tutti, e il talismano che, in mezzo alle nefandezze del conflitto con cui quelle persone non avevano nulla a che spartire, portava il magico potere di far dimenticare la morte, la miseria e la solitudine.

Non era ancora l’alba. Aveva riflettuto su tutto quello che era accaduto, e in un certo senso aveva ringraziato il Colonnello Weber, il Tenente Uhlm, e il loro furto, che se dapprima avevano causato la sua disperazione, in un certo senso lo avevano distratto dalla guerra. Era come se il dolore e la paura di non rivedere mai più il suo cane, avessero fatto da scudo contro quelle maledette bombe. Mario il Brigante era stato il suo rifugio, il suo specchio magico. Nei giorni passati insieme, da soli a non fare nulla, attraverso gli occhi di quella bestia, Mario rivedeva il suo passato, come fossero un portale diretto verso i ricordi, verso il suo caro babbo, che chissà dove era finito.
Finì di lavarsi, fece la conca con le mani e le riempì per abbeverare Il Brigante. Come sempre, con tre frustate della lingua fece sparire l’acqua e schizzò tutta la stanza, poi restò a guardare il suo padrone, leccandosi i baffi. Era cresciuto ancora. Le pezze marroni erano diventate più scure e si erano estese, la maschera sugli occhi era arrivata a coprire il pelo fino al naso.
Mario aveva ragione: il comando tedesco, nei giorni immediatamente successivi al devastante bombardamento, aveva avviato le ricerche del ragazzo, dell’uomo e del cane, ma senza risultati. La moto era stata rinvenuta ai piedi del colle dove avevano trovato i soccorsi, irreparabilmente danneggiata.
Dopo il loro ricongiungimento, era la prima volta che Mario aveva passato la notte in bianco, qualcosa lo turbava. Tornò a letto e aspettò che facesse giorno. Quello era il giorno di visite. Si vestì e aspettò le infermiere. Era ora di pranzo, quando vennero a prenderlo per accompagnarlo di sopra.
– Il cane qui può stare slegato, ma una volta arrivati di sopra, devi mettergli il guinzaglio, e nei corridoi della degenza non può entrare.
Mario reagì storcendo il naso. Arrivarono al reparto. Il brusio dei visitatori e dei malati lamentosi era scandito da un ticchettìo metallico, rimbombava regolare in tutti i corridoi. Tic tac, tic tac.
– Dov’è la stanza?
– È la terza a sinistra.
– Bene.
Mario mise il guinzaglio al Sanbernardo. Andò sotto la finestra della grande stanza, punto centrale del piano, ai lati della quale partivano i due corridoi delle degenze. Prese una delle grandi panchine in legno e cominciò a trascinarla. Lo strisciare delle gambe sulle mattonelle del pavimento emise un rumore stridente ed insopportabile. Degli infermieri accorsero per capire cosa stesse succedendo, ma quando giunsero, per sua fortuna aveva già finito. La panchina ora era posizionata in modo che dal corridoio, Mario potesse vederla. Legò il cane. Intanto il ticchettio continuava. Tic tac, tic tac.
– Mario, cuccia.
Il cane si mise a sedere e lo guardò. Quando il suo padrone si fu allontanato, appoggiò il muso a terra, triste e sconsolato.
Tic tac, tic tac.
Mario attraversò il corridoio, girandosi ogni tre passi a guardare il cane, che prontamente rispondeva destandosi e muovendo la coda.
E nell’aria, ancora quel Tic tac, tic tac.
Entrò nella stanza. Ponziano aveva il viso sgonfio e la barba lunga. I capelli raccolti su un lato, con la forma del cuscino.
– Ponziano, Ponziano – disse dolcemente.
– Che è? – rispose il militare, aprendo gli occhi
– Come ti senti?
– Si me lasciavi dormi’ stavo mejo.
– La ferita?
– Te saluta.
Mario rise, si portò un momento alla porta e si sporse. Il Brigante lo vide e scodinzolò. Il ticchettio continuava.

𝑇𝑖𝑐 𝑡𝑎𝑐, 𝑡𝑖𝑐 𝑡𝑎𝑐.

– È venuta Suor Giulia? Le hai raccontato tutto?
– Sì, a lei ho detto la verità. Col mio comandante invece me la so’ giocata come a briscola. Anzi, a Mariglia. ‘Na passeggiata- strizzò un occhio guardando il ragazzo.
– Ti ha chiesto di me?
– Sì. Ma non è che, niente niente, je corri dietro a quella? L’ha promessa a Dio, mica a te, che sei un pottarello.
– Cosa mi ha promesso?
– Lascia perde, sei ancora un potto – sorrise.
Durante il periodo in cui era nascosto al rifugio, Mario aveva inviato un messaggio rivolto a Suor Giulia, tramite una delle infermiere che era riuscito ad ingraziarsi, per merito del suo cane.

 

– Stai leggendo le lettere che ti sto inviando?
– Sì, nun c’hai proprio nulla da fa’, vero? Nun ce lo sai che io ce metto du’ ore a legge una parola, no?
Tic tac, tic tac.
Ponziano scherzò ancora col ragazzo, e gli parlò dell’idea che stava maturando da qualche giorno: alla fine della guerra sarebbe tornato a Cagliari.
– E che ci fai?
– E chi te ritira su casa, si nun ce sto io?
– E lassù da te, a Spoleto, non hai nessuno che ti aspetta?
– No, nessuno.
– Ma come, nessuno?
– Nessuno.
– Mamma, moglie, figli, cani..
– None, che è corpa mia mo’ se non c’ho nessuno? So’ un poro scemo, chi me se piglia?

Restarono a guardarsi un momento, poi l’infermiera li interruppe. Visite terminate, si salutarono e Mario uscì dalla stanza: il suo cane non c’era più. Prima ancora che il suo cervello potesse razionalizzare, già correva a tutta velocità. Urtò un dottore che usciva da un’altra stanza, ma non fece caso a lui. Arrivò nell’atrio. Il guinzaglio era al suo posto, il nodo era stato sciolto e il cane era sparito. Si guardò intorno. Nessun infermiere. Entrò nel corridoio opposto a quello dove stava Ponziano, guardando in ogni stanza, ma nulla. Ansimando, vide un’infermiera, la interrogò, non sapeva nulla. Tornò nell’atrio, vide un uomo in camice scendere le scale, buttò un urlo. Lo guardò con aria severa:
– Siamo in ospedale! Non si urla! E non si corre.
– Ha visto un cane? Il mio cane? Ha visto Mario?
– Sì- rispose l’uomo – un tizio lo portava giù. Aveva una divisa militare…

 

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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