Quando si rese conto di essere ancora vivo si ritrovò per terra, le ginocchia attaccate alla testa e la schiena inarcata, non riusciva a vedere nulla. Un ronzio nelle orecchie, odore di terra e polvere da sparo, il respiro corto. Prima di alzarsi si toccò le gambe, erano al loro posto, ma completamente nude, come il resto del corpo. Continuava a non vedere, avvertì un solletico alla fronte, si sfregò e sentì un liquido viscoso e caldo bagnargli la mano. Tirò via il suo sangue dagli occhi e vide la luce. Il cancello della villa era completamente rigonfio, bombato verso l’interno. Il muro su cui poggiava aveva dei danni nella struttura, il cielo, sebbene fossero da poco passate le tre del pomeriggio, era completamente nero. Intanto, piano piano, aveva ripreso a sentire. Il ronzio era cessato, ma il frastuono era altrettanto assordante. I rombi dei aeromobili si mescolavano tra loro, e a distanze impossibili da definire, decine di esplosioni. Le poche grida che si riuscivano a sentire venivano coperte immediatamente dai crolli degli edifici e dagli scoppiettii delle mitragliate.

Cagliari si era trasformata in una enorme foresta in fiamme, dove gli alberi erano le case della gente e le fiamme le deflagrazioni delle tonnellate di esplosivo. Mario si ritrovò nel cuore della guerra, il senso di oppressione provocato dal fumo e dal baccano non davano spazio a nessuna emozione. Lasciava che le cose accadessero, come se il suo cervello avesse accettato istantaneamente l’impotenza e azzerato ogni percezione sul dolore, sulla paura di cessare di vivere. Restò ad osservare la distruzione, da solo, impassibile, in piedi al centro di quel cortile; tutt’attorno un inferno del quale, se qualcuno avesse potuto vederlo, avrebbe pensato fosse lui l’autore.

Il baccano sembrò cessare, per lasciar posto ai rumori dello strazio di persone e cose. Del fumo nero, innalzandosi procedeva e varcava le mura del giardino in cui si trovava. Questo fece rinsavire Mario, che prese a correre, con qualche balzo entrò in casa, mentre da lontano si sentivano degli altri aerei, e subito dopo lo scoppio di altre bombe. Le deflagrazioni erano così ripetute da sembrare il discorso di un gigante con la voce roca e consumata dal fumo. Si rifugiò in cucina, cercò qualcosa che avesse la parvenza di un riparo. Prese una pentola e se la mise in testa, aprì un mobile e lo svuotò, poi si infilò dentro. Si tappò le orecchie, ma poteva sentire perfettamente. Chiuse gli occhi, ma nulla, fu costretto a partecipare a quello scempio, e si pentì di appartenere a questo mondo. Il terrore lo assalì così ferocemente che non si accorse di avere affondato le unghie nella sua stessa carne, intanto il sangue della ferita che si era procurato nella prima esplosione continuava a colare. Restò così per qualche istante che sembrò un’eternità, poi una bomba cadde nel cortile, l’onda d’urto devastò le pareti dell’ingresso e abbatté una parte delle scale. Dei detriti andarono a sbattere contro lo sportello del mobile dove si era rifugiato, e Mario immediatamente si immaginò tanti spiriti della morte, dal colore grigio e privi di pelle, che con le loro ossa scoperte bussavano alla sua porta per portarlo via. Continuarono a bussare, Mario cercò di scacciarli, poi perse le forze, e cedette, con l’ultimo pensiero, disperato, rivolto a Mario il Brigante, e chissà dov’era, e chissà quali pene pativa.

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Un grande albero giaceva a terra. Le sue fronde erano sparpagliate al suolo, come il velo di una sposa seduta su uno sgabello prima della foto nuziale. Una leggera brezza muoveva le foglie, il cui tremolio variava i colori dove le ombre erano proiettate. Tutto intorno i pezzi del muro che il crollo della pianta aveva divelto. Polvere nera e schegge di legno erano seminati a diversi metri di distanza, fino a raggiungere un reticolato grigio, sorretto da dei pali piantati nella terra e rinforzati con del cemento. La macchia grigiastra di un’esplosione era dipinta sulla facciata di un edificio, la cui vernice sbriciolata cospargeva tutto il cortile. L’ingresso era completamente squarciato, ed al suo interno, quello che restava di un’elegante scala color madreperla, si presentava come la bocca di un filibustiere del Borneo. Dietro un corridoio c’era una porta, e dal lato opposto una finestra, dilaniata dall’esterno, sul pavimento una distesa di pietre e mattoni spaccati, mescolati a delle pentole e padelle di rame e acciaio.

Disteso su di un lato, un giovane ragazzo, con una pentola in testa e il collo completamente sporco di sangue. I grandi piedi erano l’unica parte coperta del suo corpo, le scarpe erano intatte. Al contrario i calzoni, la giubba e la maglia non erano altro che dei brandelli di stoffa aggrappati disordinatamente nel busto, nel colletto e sulla cintura. E poi c’era un gran silenzio.

 

Foto copertina: https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2013/02/13/cagliari-1943/

 

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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