Mario entrò in cella. Come sempre socchiuse la grata, si coricò e si girò su di un lato, con una mano abbracciò il cuscino, con l’altra si aggrappò alla testata e cominciò a carezzarla. Da giorni, toccare quel metallo irregolare e gelato era il suo coadiuvante per liberare la mente e addormentarsi. Pensò intensamente ai suoi pomeriggi col suo amato cane. Le loro passeggiate per i vicoli, le scalate sulle ripide viuzze del Castello, le sieste sotto il sole del pomeriggio, a godersi la brezza e il panorama sul Golfo degli Angeli. Gli parlava come si parla al più intimo degli amici, indicava lontano e gli esponeva il progetto di andare insieme fuori città, un giorno, in mezzo alla natura, al fruscio della macchia mediterranea e al fischio del vento, col rumore delle cicale e quello dei bombi che volano di fiore in fiore. Gli avrebbe raccontato tutte le avventure che a sua volta aveva sentito dal Babbo, Andrea, Luigi, Franco e Ennio. Pensò ancora al modo così strano di comportarsi di quella enorme bestiola, che ronfava quando gli carezzava il muso e ringhiava se levava via la mano. La sua abitudine a portare il naso sotto il suo collo, sbattendogli contro, come se temesse che il padrone non si accorgesse di lui.

Le sue fantasie furono interrotte da uno strano rumore. Un tintinnio dolce e flebile. Aprì gli occhi, la prima cosa che vide furono delle unghie che strisciavano sulle sbarre della cella. Giulia sorrideva con lo stesso sguardo compiacente di poco prima, in mano reggeva un piccolo mazzo di chiavi e un involucro. Il giovane la guardò con fare interrogativo, stropicciandosi gli occhi.

  • Vuoi diventare prete, o vuoi ritrovare il tuo Mario? Vieni con me!

Non rispose, si alzò di scatto, e cercando di fare meno rumore possibile indossò i vecchi anfibi di suo padre. Il percorso fino alla chiesa sembrò interminabile.

  • Saluta Yanez per l’ultima volta – disse Giulia, indicando la statua che campeggiava dietro l’altare, ed arrivarono alla porta.
  • Ma tu? Tu che farai? Ti puniranno?
  • Ma no. Lascerò il mazzo appeso alla toppa e me ne tornerò a letto. Penseranno che sia stato tu a rubare le chiavi all’ubriacone.

Mario scoppiò in una risata, grassa come era intenso il senso di gratitudine, isterica per la voglia d’avventura che in un attimo lo aveva pervaso, bagnata, ebbra, grondante della smania di tornare alla ricerca di Mario il Brigante. Giulia trattenne le lacrime, gli diede un bacio sulla fronte e non appena Mario si voltò disse:

  • Aspetta, dimentichi il regalo.

Gli porse il piccolo involucro. Mario lo aprì, “I misteri della Giungla nera, Emilio Salgari”.

  • È il romanzo più importante, da qui cominciò tutto. Mario il Brigante è per te quello cheAda è per Tremal- Naik.

 

 

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Erano circa le due e mezzo. Mario non riusciva a credere di poter correre ancora una volta per le vie della città. Il rumore dei suoi passi sul selciato rimbombavano come zoccoli d’asino al trotto. Prese tutte le scorciatoie, saltò dei muretti, tagliò dai cortili delle abitazioni, rischiò diverse volte di perdere l’equilibrio inciampando sui massi ancora accatastati ai lati delle strade, stringendo sempre in mano il libro che aveva appena ricevuto in dono. Accelerava sempre di più il passo, in preda alla premura di arrivare, non conosceva la stanchezza. In breve si ritrovò in quel viale, che tanto aveva frequentato. L’alto muro di cinta, il palo, le cime del tetto che spuntavano. Fece il giro e si portò all’ingresso, nessun piantone. Il cancello era sigillato con una robusta catena che passava attraverso de fori arrugginiti nella lamiera, chiusa da un lucchetto che pesava mezzo chilo. Poggiò un piede e cercò di spingere, e si accorse che i fermi a terra erano piuttosto precari. Prese la rincorsa e diede una spallata, il battente centrale cedette, le due ante si aprirono di qualche centimetro, ma si bloccarono quando la catena si tese. Sbirciò all’interno: il giardino era quieto, senza le persone sembrava un parco pubblico nel giorno di chiusura. Il cinguettio degli uccelli e il frinire dei grilli erano musicavano quella sorta di fermo immagine. Provò a intrufolarsi nella fessura, ma non vi riuscì, era troppo stretta. Si sputò le mani, mise un piede sulla catena e salì. In men che non si dica era dentro. Il rumore delle sue scarpe all’atterraggio rimbombò, una piccola coltre di polvere si alzò attorno a lui. Restò fermo, per captare qualsiasi segnale di anima viva, ma nulla. Si poggiò al muro del caseggiato di fianco al cancello. L’impalcatura dove stazionava il piantone era sempre al suo posto, come la sedia. Con cautela girò attorno al muro ed arrivò alla porta: tutto vuoto e ripulito.

  • Danke! Danke!- gridò, per paura che gli sparassero contro, era l’unica parola tedesca che ricordasse.

Nessuno rispose. La gabbia dove i militari tenevano Mario il Brigante era vuota. Entrò dentro, la cuccia era pulita, avvertì l’inconfondibile odore del suo Sanbernardo ed ebbe un fremito di tristezza.

Continuò l’ispezione. I capannoni erano stati lasciati in rigoroso ordine, con le panche sopra i tavoli e i pavimenti perfettamente lindi e luccicanti. Le pietre refrattarie del forno a legna avevano mantenuto il calore. Si diresse verso la villa. Le porte erano state modificate; da quando l’esercito tedesco aveva trasformato quella grande casa privata in una base dove ventiquattro ore su ventiquattro transitavano soldatii, non c’erano più serrature. L’ingresso dava su un grande atrio, dai cui lati si diramavano due corridoi, e al centro una scalinata in marmo. Esplorò il piano terra. Entrò in cucina, i pensili erano stati svuotati, restava solo del cibo in scatola, qualche bottiglia vuota, posate, pentole. Visitò gli alloggi dei militari, al piano di sopra. In cima alle scale campeggiava un grande dipinto, dove riconobbe i visi dei proprietari della villa.

La visita non aveva prodotto i frutti sperati, non trovò il suo cane, e nemmeno qualcosa che potesse aiutarlo nella ricerca. La base era stata abbandonata. Tornò di sotto, uscì in cortile, diede un’ultima occhiata alla gabbia che fu di Mario, infine si diresse verso il cancello. Ancora i suoi passi che rimbombavano, accompagnati dal canto degli uccelli.

Arrivò al cancello, il piede destro sulla catena, si coordinò. Sentì un fischio, poi una sirena.

Bum.

 

(𝘍𝘰𝘵𝘰 𝘈𝘥𝘢 𝘪𝘯 𝘣𝘪𝘢𝘯𝘤𝘰 𝘦 𝘯𝘦𝘳𝘰: 𝘩𝘵𝘵𝘱://𝘸𝘸𝘸.𝘦𝘮𝘪𝘭𝘪𝘰𝘴𝘢𝘭𝘨𝘢𝘳𝘪.𝘪𝘵/𝘦𝘳𝘰𝘪𝘯𝘦_𝘴𝘢𝘭𝘨𝘢𝘳𝘪𝘢𝘯𝘦/𝘢𝘥𝘢_𝘤𝘰𝘳𝘪𝘴𝘩𝘢𝘯𝘵.𝘩𝘵𝘮)

 

 

 

 

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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