Passarono alcuni giorni. Mario non ricevette il permesso di uscire. Il tempo trascorse tra messe, funerali, rosari di gruppo e commemorazioni delle vittime dei bombardamenti. La chiesa di giorno in giorno era sempre meno frequentata, la città si stava spopolando, i paesi della provincia iniziavano ad accogliere gli sfollati e la fame imperversava. Mario, per quanto gli era possibile, si teneva lontano dalla cappella durante le funzioni religiose, preferiva intrufolarcisi quando era da solo, nel silenzio e con l’odore di incenso tutti per lui. Tra una partita a carte con Suor Giulia e l’altra, non la smetteva di gironzolare per il complesso. Gli vennero affidate persino le chiavi dell’archivio. Una parte della documentazione sulla storia degli edifici del centro storico della città era custodita in quella stanza. Atti notarili in lingua spagnola, manoscritti familiari, piccole biblioteche private accatastate senza ordine. Nessun libro d’avventura che potesse interessargli. Passò qualche pomeriggio a sfogliare i faldoni, ma si stancò subito. Il suo posto preferito restava la chiesa. Le suore lo guardavano mentre girovagava, o osservava in silenzio seduto su un bancone. Lo lasciavano fare, convinte che volesse prendersi dei momenti di raccoglimento e preghiera per i suoi cari scomparsi. Ma la realtà era un’altra.

Scoprì che la causa della sua clausura forzata, non risiedeva tanto nel pericolo delle incursioni aeree, ma piuttosto nella sua piccola avventura all’aeroporto. Appena conclusi i bombardamenti, i soldati avevano cominciato a ritirarsi dagli hangar e dagli edifici dell’aerostazione. Gli ufficiali della Luftwaffe e delle truppe di terra avevano diretto le operazioni di difesa, ed inviato in perlustrazione i soldati italiani per bonificare le aree circostanti. Mario era stato trovato sul lato sud, poggiato ad una recinzione, privo di sensi. Era stato caricato sul camion e riportato a Cagliari, in cerca dei suoi genitori, o di chi se ne occupasse. Fu affidato alle suore della parrocchia di Sant’Antonio Abate, che appresero la causa della sua fuga all’aeroporto. Fu così che venne messo sotto sorveglianza, senza il permesso di uscire.

Per questo Mario se ne stava tutto il tempo in chiesa. Non cercava un momento di vicinanza con Dio, cercava un modo per scappare. L’unico ingresso di tutta la struttura infatti, era il grande portale in legno che usciva su via Manno, ma le chiavi erano in possesso del solo Don Francesco.

 

Era la mattina del 26 febbraio. Una vecchia pentola sbuffava emettendo un odore pesante di verdure lesse, di quelli che si appiccicano su vestiti e pareti. La partita a Mariglia era in via di conclusione, e per la prima volta vedeva Giulia vincitrice, con i due immaginari morti Nanna e Angelo, sempre ai loro posti. Ogni tanto si alzava, dava una mescolata alla brodaglia e tornava a sedersi.

  • Mario, ti sento la notte, sai?
  • E che faccio?
  • Continui a ripetere il tuo nome.
  • Mi voglio bene.
  • Già, ti vuoi bene…

La guardò di sottecchi, nascondendosi dietro il ventaglio di carte che teneva in mano. Osservò la sua espressione concentrata e rimuginò sui suoi modi di fare, che così poco si addicevano a una donna che ha preso i voti.

  • Mi dici una cosa, Suor Giulia?
  • Anche due.
  • Perché sei diventata suora?
  • Guardati intorno, Mario. vedi alternative?

Arrivata l’ora di pranzo cominciarono a preparare la tavola. L’ultimo fiasco di vino era a metà. Giulia ne versò un poco a tutti, escludendo Mario e riempiendo fino all’orlo il bicchiere di Don Francesco; posizionarono i piatti e i cucchiai. Quando le altre due suore arrivarono, ognuno prese il suo posto.

  • Quanto vino, oggi! Un bel bicchierone colmo – esclamò il prete, dopo la preghiera.
  • Oggi ho vinto a carte, dobbiamo festeggiare.

Mangiarono nel consueto silenzio, Giulia, che di solito giocava a fare boccacce con Mario e ridersela sotto i baffi, osservava don Francesco, continuando a riempirgli il bicchiere dopo ogni sorsata. Finirono di pranzare, e tutti si ritirarono per il riposo pomeridiano. Gli ultimi a lasciare la cucina furono Mario e Giulia. Attraversarono assieme il cortiletto ridacchiando come loro solito e scesero le scale. Arrivati al corridoio delle celle, Mario augurò sogni d’oro alla sua precettrice, che prontamente si girò, e rivolgendogli uno sguardo ammiccante, rispose:

  • Buonanotte a te, brigante avventuriero, io non ho sonno…

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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