• Sono stato arrestato? – chiese Mario mettendosi a sedere.
  • No, mio caro Mario. Questo è il rifugio anticrollo della chiesa di Sant’Antonio Abate.
  • Siamo in via Manno?
  • Seguimi.
  • Cosa mi succederà, ora?
    ________________

La suora non rispose. Uscirono dalla cella, presero una scala a chioccola, seguendo una luce naturale che arrivava dal piano di sopra. Spense la candela subito prima di uscire su un piccolo cortile interno. Altre due suore, evidentemente più grandi della prima, li attendevano sorridenti. Una aveva dei piccoli baffetti bianchi e la pelle grinzosa, teneva la bocca aperta e scopriva una dentatura piuttosto sana. L’altra avrà avuto trentacinque anni, o giù di lì.

  • Ecco il nostro ragazzo. Hai dormito bene?
  • Non lo so, non ci ho fatto caso. Cosa mi succederà? Sono morti tutti?
  • Starai con noi, qui sei al sicuro.
  • E cosa farò? Non posso uscire?
  • Ancora non si può. È pericoloso.
  • Sono morti davvero zio Angelo e zia Nanna?

Prima di rispondere, la suora più giovane fece due passi verso di lui, cercò di accarezzargli la testa. Mario si scansò allargando le braccia.

  • Non è un problema, erano due stronzi.

Le due suore più anziane rabbrividirono, si raccolsero un istante e fecero il segno della croce. Una disse:

  • Mario, questa è la casa del Signore, non si dicono le parolacce e si rispettano i comandamenti.
  • Quale comandamento? Il quarto? Non l’ho violato, quei due stronzi non erano i miei genitori, erano due a cui davo da mangiare.
  • Beh, questa è casa tua, ora – rispose indispettita – Lei sarà la tua precettrice, è una novizia e si chiama Suor Giulia.

La suora più anziana indicò la corpulenta con gli occhiali, che gli fece strada sorridendo, gli zigomi sollevarono la montatura che scese fino alla punta del naso. Abbandonarono la piccola corte da una porta speculare a quella da cui erano entrati e si ritrovarono nella sacrestia della chiesa, un ambiente circolare, con solo alcuni oggetti utili alla preparazione delle funzioni religiose. Si addentrarono in uno stretto corridoio color crema, su cui si affacciavano diverse porte. Una era socchiusa e conduceva alla cappella, un’altra aveva una targa: “sacro archivio dell’arciconfraternita di Sant’Antonio Abate”. Dalla polvere accumulata sulla maniglia si intuiva che non fosse molto frequentato. Suor Giulia disse alcune frasi che Mario non ascoltò. Entrarono in una stanza. Al centro, un tavolo con delle sedie in legno, una malandata cucina da un lato, due pensili e, dal lato opposto, dei vasi con delle rigogliose piantine di erbe aromatiche.

  • Qui c’è il basilico, questo è il prezzemolo, queste dovrebbero essere delle patate, ma il mio tentativo non sta dando nessun fr.. tubero!

Guardò Mario ma restò delusa, non aveva riso alla battuta.

  • Sai, Mario, io sono l’ultima arrivata qui. E sono anche la più giovane.
  • Bene.
  • Non sembra, vero?
  • Che ne so?
  • Hai fame? Tra poco prepariamo il pranzo. Più tardi il sacerdote dirà messa, in pratica gli facciamo da chierichetti, cuoche, sagrestane e compagne di giochi – indicò un mazzo di vecchie carte – i ragazzi che aiutavano in chiesa sono partiti al fronte, la confraternita oramai non si riunisce più. Siamo rimasti solo noi, e adesso ci sei tu. Come te la cavi con le Sacre Funzioni?
  • Preferisco evitarle.

La giovane suora trattenne una risata. Finse di non fare caso a quella risposta e cominciò a cogliere delle foglie dai vasi. Mario uscì dalla cucina ed entrò in chiesa. Una serie di candele ai lati illuminavano l’ambiente, l’altare era un blocco sobrio, nelle dimensioni e nel colore. Mario passò la mano sul marmo liscio e gelido, dava le spalle alla statua di Sant’Antonio Abate, si soffermò a guardarla.

  • Tigrotti, a me! – sussurrò, sorridendo.

Continuò la sua esplorazione. La chiesa era composta da un’unica navata, molto piccola, ma accogliente e calorosa. Fece un giro per osservare i quadri e le sculture, quando fu di ritorno all’altare, ci si poggiò sopra, come affacciato ad una finestra, e fu in quel momento che sentì la voce della suora:

  • Non si danno le spalle!
  • A chi?
  • Al Santo!

Si girò e tornò ad osservarlo. L’aureola, un fluente velo bianco magistralmente scolpito giocando su luci ed ombre, un viso bonario e le mani poste come se stesse facendo un’affermazione.

  • Ti piace?
  • Non è quello.
  • E allora cosa?
  • Ho un libro a casa, o meglio, lo avevo, e c’è un’illustrazione.
  • Bene, e dunque?
  • E dunque, questo santo sembra Yanez.

Suor Giulia trattenne ancora una volta le risa, gli afferrò il braccio e lo portò via. Tornarono in cucina. La donna continuò ad armeggiare con coltelli e mestoli, Mario prese le carte e le controllò, le conosceva. Si sedette e cominciò a distribuirle, poi ordinò le sue.

  • Sai giocare a Mariglia?
  • Ma certo, però ora devo cucinare. – Si voltò e vide il tavolo già pronto – siamo solo in due, è un gioco da quattro.
  • Giochiamo con due
  • E come si fa?
  • Facciamo due mani di prova, così ti insegno. L’ho inventato durante questa dannata guerra.
  • E prima con chi giocavi?
  • Con babbo e i suoi amici, in campagna. Ci sedevamo per terra e giocavamo posando le carte su una giacca. Poi quando tutti partirono sotto le armi, iniziai a giocare da solo, distribuivo le carte a due partecipanti immaginari che servivano solo per avere il mazzo giusto. Due morti, appunto, ed il quarto era Mario.
  • Non sei tu Mario?
  • Sì, ma Mario il Brigante era il mio cane – nel pronunciare quel nome la sua voce ebbe un tono di debolezza.
  • Dov’è ora?
  • Lasciamo stare. I due morti li chiameremo Angelo e Nanna.

Suor Giulia scoppiò a ridere, questa volta non si trattenne. La partita cominciò. Finirono le mani di prova e Mario iniziò a raccontare. Zio Angelo e Zia Giovanna, detta Nanna, il loro trasferimento a Cagliari dopo la lettera di arruolamento di suo padre, la noia, Mario il Brigante, l’incontro con gli ufficiali della Wehrmacht, gli addestramenti del cane, il suo maldestro tentativo di ritrovarlo ed infine i bombardamenti.

  • E comunque era Sandokan – disse Suor Giulia, dopo avere ascoltato il racconto.
  • Chi?
  • Quello che diceva “tigrotti, a me!”.

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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