Il giorno dopo, all’ora del lavoro, tornò alla base tedesca, lo stesso soldato gli ripeté quella frase nel suo italiano stentato, e Mario, ancora una volta, fece il giro per andare al palo ad arrampicarsi. Stesso risultato. Fu così per altri dieci giorni. Forse a causa del razionamento del cibo, forse per le notti insonni, la solitudine e la tristezza, Mario cominciava a perdere peso. Le lunghe braccia iniziarono ad asciugarsi, delineando la forma delle ossa ed evidenziando i capillari sotto pelle.

La mattina del sedici Febbraio 1943, si ritrovava in fila alla distribuzione degli alimenti. In mano il documento, gli occhi persi nel vuoto. Attendeva il suo turno, avanzando con un’oscillazione del corpo lenta e regolare. Non ricordava più quando fosse l’ultima volta che aveva parlato con anima viva. A casa stava a sentire le fredde e severe frasi dei suoi zii, ma fin quando poggiava sulla tavola un pezzo di pane, nessuno pretendeva che parlasse. Davanti a lui, un anziano signore osservava gli operatori che servivano gli affamati poveracci che si avvicendavano. Restava a bocca aperta e si leccava le labbra, anche se la lingua era asciutta. Prima della guerra, era il calzolaio migliore della città. Portava avanti la tradizione dei suoi antenati pellettieri, nel quartiere che secoli prima era popolato da decine di concerie. Quando arrivò il suo turno, non ricevette il piccolo involucro che davano a tutti. Fu accompagnato vicino a delle casse accatastate dietro il banco dove avveniva la distribuzione. Ne prese una e la portò al suo camioncino, e ripeté l’operazione finché il mezzo non fu riempito. Il peso gravava così tanto che le ruote sfioravano le lamiere. Accese il motore e partì, a passo d’uomo, costretto dal rischio di prendere una buca e sfasciare tutto. Mario, nel frattempo, prese la sua razione di cibo e lo seguì.

  • Mi scusi, lei è il calzolaio di Stampace?
  • Sì, Mario, mi ricordo di te. Come sta tuo padre?
  • È arruolato, non so dove si trovi. Dove porta tutte quelle casse?
  • All’aeroporto militare, domattina. Lavoro per i tedeschi, ora.
  • Posso venire con lei?
  • Non sono autorizzato a portare nessuno.
  • Ma io posso venire?
  • Non sono autorizzato a portare nessuno.
  • Ma io vorrei venire.
  • Anche se potessi, non lo sai che lo hanno bombardato? È pericoloso.
  • Ma io vorrei venire.
  • Buonanotte, Mario, non ho tempo per giocare.

Il carro del calzolaio era un mezzo di medie dimensioni, l’abitacolo aveva posto per due persone, alle sue spalle un grande vano merci scoperto. Nel cassone vi erano caricate una trentina di casse. Mario aveva scavalcato il cancello del piccolo cortile della casa dove era parcheggiato, e da dentro era riuscito ad aprire.  Fece una fatica immane per tirare via cinque casse e nasconderle dietro l’angolo della viuzza dove si trovava. Una volta che aveva stabilito che lo spazio nel cassone era sufficiente per lui, era salito ed aveva sistemato tutta la merce in modo da chiudercisi dentro e restare nascosto, poi aspettò.

Alle prime luci dell’alba, il vecchio uscì di casa, diede una rapida occhiata al carico, apparentemente intatto, salì sul mezzo e partì. Andava così lento che era possibile contare i bulloni delle ruote mentre giravano. Impiegarono quattro ore ad arrivare a destinazione. Per capire dove si trovassero, a Mario bastava alzarsi in piedi, il guidatore non avrebbe mai potuto vederlo. Quando si accorse di essere quasi arrivato, attese che il mezzo costeggiasse delle sterpaglie abbastanza alte per potercisi gettare dentro, ed infine saltò. Il carro proseguì il suo viaggio come se niente fosse, e Mario cominciò a guardarsi attorno.

Verso sud, una distesa di campi incolti andava a terminare in città, dalla parte opposta invece, sulle reti dell’aeroporto militare, che in quel momento, con il sole era ormai alto, sembrava un enorme formicaio. I danni provocati dal bombardamento di dieci giorni prima erano ancora ben visibili. Macerie e resti di velivoli erano accatastati vicino al recinto, e percorrendo l’enorme area della stazione, si poteva notare un certo senso di disordine e provvisorietà. I capannoni erano aperti, alcuni sventrati dalle bombe, e all’interno si scorgevano i primi lavori di riparazione.

Mario non aveva la minima idea di cosa fare, era solo motivato dalla speranza di rivedere il suo Brigante, e questo sgomberava la mente da ogni altro pensiero, come quello di essere scoperto dai soldati e di doverne pagare le conseguenze, oppure, più verosimilmente, di trovarsi sotto un nuovo bombardamento. Prese a battere tutto il perimetro, appostandosi nei punti più nascosti, ma che riservassero una buona visuale. Tutto ciò che riuscì a scorgere era soltanto una massa di militari vestiti di verde, che si muovevano a gruppi più o meno folti. Erano tutti uguali, nessuna alta uniforme, nessun Colonnello, nessun tenente con un Sanbernardo al guinzaglio.

Si sedette, con la schiena poggiata su una rete. Restò ad osservare il panorama di Cagliari, con le sue abitazioni che tappezzavano il colle e si arrampicavano fino in cima, dentro le mura del quartiere Castello. Fuori città, il freddo era più intenso, ma sotto al sole si lasciava sopportare facilmente. Strappava le erbacce e le spezzettava, poi le lanciava in aria e le osservava dividersi e dissolversi, fino a scomparire. Guardava i vecchi indumenti che portava, le scarpe consumate, con la pelle che cominciava a squamare e le suole pregne di umidità. La giacca infeltrita, i calzini ingialliti, i pantaloni che avevano perso consistenza nelle ginocchia, la cintura ormai nera, come la fibbia. Giocò a toccarsi la barbetta sotto il mento, provò il solletico dei peli sotto le unghie, arrivò fin sotto l’orecchio e sentì il rumore dei peli che si piegavano come canne al vento e poi tornavano al loro posto. Una sorta di raspamento, a cui si unì la sua voce, che dal respiro aveva tramutato in un leggero verso graffiato, che teneva il ritmo regolare dell’espirazione. Si sentì in pace ed isolato dai pensieri come non gli accadeva da mesi. E il rumore continuava. La mano scorreva sotto l’orecchio, il verso seguiva, e si faceva sempre più forte ed intenso. Ancora la mano, ancora la sua voce, tappò l’orecchio sinistro per sentire i propri versi più chiaramente, chiuse gli occhi. Tutt’a un tratto, il volume si alzò senza che lui riuscisse più a controllarlo, il frastuono divenne assordante, e quando aprì gli occhi, scoprì che la sua voce era stata sovrastata da qualcos’altro.

Cinque, dieci, un miliardo di aerei sorvolavano Cagliari, lasciandosi dietro delle enormi nubi di fumo e polvere. I botti delle bombe e degli spezzoni erano così forti che lo spazio attorno a Mario sembrava rimpicciolirsi, e che qualcosa lo schiacciasse contro la rete su cui si poggiava. Riusciva a vedere quegli oggetti neri uscire dal culo degli aerei, per abbattersi a terra e creare l’universo di colori e strepiti che parevano annullare ogni altra cosa. Per mezzora la vita scomparve da quell’angolo di mondo, e se tutto quello che distruggeva e che veniva distrutto era opera dell’uomo, nulla sembrava avesse a che vedere con gli esseri viventi. Mario assistette allo spettacolo del caos, e immergendosi nelle sue immagini finì per esserne assorbito, si sentì solo, senza nulla a cui appigliarsi e senza la forza, né la volontà di cercare riparo. Erano appena passate le due del pomeriggio, ed era il diciassette febbraio del 1943. Dell’unico riparo che Mario aveva avuto dall’inizio della guerra, il suo cane, ancora nessuna traccia.

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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