Dal marasma generale emerse la voce di un uomo che gridò alcune frasi in un perentorio tedesco, poi parlò nel suo pesante e scolastico italiano:

  • Ragazzo, discendi dal muro. Ti aiuteranno loro – indicò alcuni uomini che si erano portati sotto le mura dall’interno, e lo guardavano con un’espressione stupita.

Mario si accasciò, si distese sulle braccia, quando sentì le mani dei soldati che gli reggevano le gambe, lasciò la presa. Toccò terra, ma non vide niente e nessuno, i suoi occhi erano solo per Il Brigante. Si mise a correre, attraversò il giardino e in un attimo fu in ginocchio, i capelli bagnati dalla bava di Mario che non la smetteva di leccare.

  • Non ti lascerò mai più! Promesso!-

Ma durò poco.

Il Tenente Uhlm afferrò il guinzaglio con entrambe le mani, tirò a sé il cane, arrivò un secondo uomo e lo aiutò. Il Sanbernardo fu allontanato e rinchiuso nel recinto che avevano appena costruito. Continuava ad agitarsi e sembrava che da un momento all’altro potesse buttare giù le reti. Mario fece per andargli incontro, ma il colonnello Weber gli mandò addosso due uomini.

  • Calma, ragazzo. Il cane ora appartiene al Reich. Ma ora vieni a sedere con noi. È Natale, vieni a festeggiare.
  • Io non voglio il vostro stupido lavoro, voglio il mio cane!
  • Non hai più un cane, ragazzo.
  • Lui, lui è il mio più caro amico! Lui è mio fratello!
  • Beh, se la metti così, allora da oggi tuo fratello è figlio unico.

Mario sentì quattro mani scivolare sotto le sue braccia, lentamente lo tirarono su, e con fare gentile fu accompagnato a sedere. Nel frattempo, i soldati erano tornati ai loro posti, alcuni parlottavano tra loro, altri osservavano quell’adolescente, che sebbene parlasse una lingua a loro sconosciuta, aveva negli occhi la più struggente tristezza e solitudine di questo mondo e quell’altro. Il suo piatto fu riempito, d’istinto divise le pietanze in due e accennò ad alzarsi, ma si accorse di essere sorvegliato alle spalle. Rassegnato, si girò verso la grande gabbia, Mario il Brigante lo guardava, e quando incrociò gli occhi del suo padrone, rilassò le orecchie e mosse la coda.  Mario capì che non gli sarebbe stato permesso dividere il suo pranzo col cane, si sforzò di mangiarlo tutto. Altri discorsi in tedesco da parte del colonnello Weber, che gridava frasi decise, stringendo tra le mani un bicchiere di vino, tacendo quando esplodeva un applauso. Alla fine del pasto, l’ultimo discorso, ma stavolta terminò rivolgendosi a Mario, col suo solito italiano:

  • L’esercito di Germania augura un buon Natale anche a te, prode giovane, che contribuirai alla riuscita delle nostre operazioni in quest’isola. – Scrosciò l’ovazione più forte e tutti si alzarono. Mario fu accompagnato al recinto.
  • Non toccare! Non toccare mai. – disse un uomo. Al braccio sinistro aveva una grossa protezione in cuoio, nel destro una verga. Un cappello in testa e dei baffi arricciati gli davano un aspetto da rettore di collegio. Portava una camicia nera con le maniche arrotolate, un pantalone verde e degli scarponi robusti. Non era alto più di un metro e sessantacinque, ma il suo fisico sembrava atletico, come tutti gli altri militari, del resto.

Quando il viavai dei soldati si calmò, dinanzi alla gabbia del cane, assieme a Mario restarono solo l’uomo coi baffi, il tenente Uhlm e il colonnello Weber.

  • Lui è herr Kahn. L’addestratore del tuo cane. Conosce giusto poche frasi d’italiano. Sii attento e cerca di capire i suoi comandi.

Mario non rispose, i suoi occhi erano tutti per Il Brigante. Aprirono la gabbia, il cane uscì e si diresse verso il suo padrone, Kahn fece un passo in avanti, gli colpì la schiena con la verga, afferrò il collare e strattonò. Gridò così forte che il rimbombo s’intese per le vie circostanti. Mario ebbe un brivido di freddo, poi sentì il viso andare in fiamme e gli occhi riempirsi di lacrime. Strinse i pugni e perse la forza nelle gambe, cadde in ginocchio. Si pentì di aver trasmesso al suo cane la sua indole pacifica, ma allo stesso tempo si sentì sollevato: una reazione della bestia avrebbe provocato delle altre punizioni con quella maledetta arma. L’addestratore ordinò a Mario di alzarsi, applicò il guinzaglio al cane e glielo diede in mano, prontamente  tirò nella direzione del cortile. Kahn disse qualcosa a Uhlm, che tradusse.

  • Adesso devi restituire il guinzaglio e girare le spalle, e ripetere finché non te lo dirà lui.

Ogni tentativo parve inutile. Dieci, venti, trenta volte Mario fu costretto a eseguire quella noiosissima procedura, e resistere alla tentazione di sbrigliare il suo animale e scappare via con lui, girovagare senza meta per le vie della città, come tutti i giorni.

Passarono al cibo: il cane si rifiutava di mangiare. Fu portata una grande ciotola in metallo, vi fu versata della carne e del pane, ma nulla. Kahn diede il cibo a Mario, il Brigante subito scodinzolò e abbassò le orecchie, seguì con gli occhi il percorso della cofana, dalle mani del suo padrone al pavimento, poi si immobilizzò e restò a fissare il cibo.

  • Mario!

Bastò questa parola d’ordine, in meno di un minuto tutto fu spazzolato.

  • Come pensavamo- disse Kahn, con la pronta traduzione del suo collega.

Cominciarono una nuova procedura. Altro cibo, stavolta Mario non doveva darlo al cane, ma al tenente Kahn, che infine l’avrebbe porto al Sanbernardo. Fece buio, Mario il Brigante non voleva saperne di obbedire ai comandi di qualcuno che non fosse il suo migliore amico. Quando oramai i tedeschi erano stremati da quel lavoro così ripetitivo e infruttuoso, lasciarono andare Mario, il cane invece fu chiuso nella sua gabbia. L’appuntamento era per la sera dopo.

 

Foto copertina: (https://www.alamy.it/fotos-immagini/a-german-military-sword.html)

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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