Spinse la porta, il muso del cane lo precedette, entrando in casa.

  • È tardi. Abbiamo già mangiato. Lì c’è la tua cena. – lo accolse sua zia.

Mario si sedette al tavolo, sollevò il coperchio dal piatto. Un pezzo di pane e dei peperoni bolliti, ormai freddi.

  • Ma come? Sapete che detesto i peperoni. Stamattina vi ho portato delle carote, patate, verd…. –
  • Non arrivavi, imparerai che non siamo ai tuoi comodi, come tuo padre – tagliò corto zio Angelo.

Mario divise in due quello che aveva davanti. Il Brigante lo attendeva con i suoi occhi adoranti e le orecchie distese sulla sua coscia, impiegò un secondo a inghiottire ogni cosa. Mentre ingollava quei disgustosi peperoni, la sua gola sembrava restringersi in senso di rifiuto. Finito di mangiare, tirò fuori dalla tasca il pane ricevuto dal tedesco.

  • Questo è vostro.
  • E da dove lo hai preso?
  • Ho trovato un lavoro, dai tedeschi.
  • Da’qua.

I due coniugi si sedettero sulla stessa panca dove un tempo passava le serate insieme a suo padre, alla fine di una giornata di lavoro. Era posizionata dinanzi ad una stufa di ghisa; attaccate al muro, delle piccole mensole, un tempo piene di oggetti appartenuti alla famiglia, oggi vuote e polverose. Si accucciarono l’uno sull’altra sotto una coperta e chiusero gli occhi.

Mario si soffermò a guardare la gamba malata di zio Angelo. La caviglia era violacea e pesta, e all’altezza del ginocchio, il gonfiore metteva a dura prova le fibre dei pantaloni. Non aveva idea di come e quando si fosse procurato quella menomazione, ma era la motivazione che usava per non andare a lavorare.

Si alzò dal tavolo, le unghie delle zampe di Mario il Brigante ticchettavano sul granito del pavimento infastidendo lo zio, che reagì sbuffando e borbottando qualcosa in dialetto, come stesse parlando nel sonno durante un incubo.

Andarono in camera, Mario si guardò intorno. Il letto era oramai troppo piccolo.

  • Tra dieci centimetri te ne costruisco uno nuovo, con Zio Gigi e Zio Andrea – gli aveva promesso suo padre, ma poi era stato arruolato nell’esercito, e non aveva sue notizie da oltre un anno.

In una vecchia libreria in legno, dei libri di Emilio Salgari disposti in fila, mentre un altro era aperto sul letto, dove il Brigante si era già spalmato come il tappeto della casa di un cacciatore.  Spostò il libro e si sdraiò di fianco al suo cane, allargò le braghe, levò le scarpe, e infine mise le mani dietro la testa.

 

Tornò con la mente nel suo posto felice. Una pietra su cui sedersi, cinque uomini adulti che si contendono il turno per raccontargli qualche avventura di giovinezza, tra una guerra e l’altra. Lo scoppiettio di un fuoco all’aperto, in silenziosa attesa dell’odore inconfondibile del grasso che cola sulla legna ardente. I campi di zafferano che ondeggiano morbidamente ad ogni folata di vento. Poi ancora una, due, cinque mamme dal vocione corposo, coi capelli corti e le mani dure come la pietra ad occuparsi di lui e nessuna, nessunissima guerra da subire. Si addormentò, maledicendo la sorte, che da un giorno all’altro lo aveva costretto a chiedere la vita in elemosina.

_______________

  • Devi andare a fare legna.
  • A fare che?
  • Legna, sei sordo?
  • Che vuol dire?
  • Ci serve qualcosa da bruciare nella stufa. Vai a cercare legna. O dobbiamo segnare anche questo tra le cose che tuo padre non si è mai degnato di insegnarti?

Mario non ebbe la forza di controbattere. Si preparò e uscì. Andò nel cortiletto interno della casa, un tempo un ordinato magazzino dove suo padre riponeva gli attrezzi e lavava i panni. Oggi restavano solo un paio di ferri, dei materiali di scarto e le foglie portate dal vento. Prese l’accetta e dello spago, sapeva dove andare.

Era la prima volta che tornava nella casa dove aveva incontrato il suo migliore amico. Entrarono. Le macerie non erano state raccolte, i vetri continuavano a gracchiare sotto le scarpe. Mario mise il guinzaglio al cane, che come sempre cominciò a tirare. Fece un giro per la casa. Qualcuno, dopo la sua visita, era entrato in cerca di qualcosa da razziare. Il letto era stato rivoltato, le lenzuola finite a terra, le mobilie capovolte. Posò accetta e spago e si mise a lavoro. Rassettò la rete e il materasso allineandoli al muro, raccolse gli indumenti e li ripose negli armadi, poi andò in sala e rimise le sedie attorno al tavolo, chiuse i pensili, spinse dei detriti coi piedi sotto una credenza. Piccoli servizi che si sentì di riservare a chi, sebbene con un gesto infame, aveva fatto in modo che lui e Mario il Brigante si incontrassero.  Slegò il cane e andò verso l’esterno, tra le macerie. Cominciò ad accatastare le travi spezzate, quelle più grosse le spaccò facilmente usando l’accetta. Quando la catasta raggiunse una dimensione accettabile, con la fune la raggruppò e se la mise in spalla. Mario il Brigante gli camminava a fianco. Il peso del materiale che portava mise a dura prova la tenuta delle sue gambe, per questo procedette a passo lento, zigzagando e fermandosi di tanto in tanto per riposare. Quando svoltò l’angolo e si ritrovò nella piazzetta di casa sua, vide parcheggiata una macchina militare, da cui discesero due uomini in divisa. Il colonnello Weber, quando li vide, bisbigliò qualcosa al suo collega e li osservò mentre si avvicinavano.

  • – disse Mario, un po’ affannato.
  • – rispose il colonnello Weber. L’altro restò zitto.
  • L’appuntamento era per questo pomeriggio. Ho capito male?
  • Vogliamo anticipare. Ti presento il tenente Uhlm. Non parla la tua lingua.

Mario rivolse un cenno al Tenente, che continuava ad osservare il Sanbernardo, che a sua volta non staccava gli occhi dal suo padrone.

  • In questo modulo c’è l’ordine di servizio – disse Weber porgendogli un pezzo di carta arrotolato.

Mario immediatamente intuì il motivo per il quale il giorno prima Weber li aveva seguiti fino a casa, con la mano tremolante prese in mano il foglio, e diede una veloce lettura a ciò che vi era scritto. Prima che arrivasse alla fine, alzò la testa e li guardò, uno alla volta.

  • È uno scherzo? Lui è il mio migliore amico.
  • Il tuo cane può essere utile per le nostre operazioni. Quello che hai in mano è un ordine. Il tuo cane ora viene con noi. Tu dovrai presentarti ogni giorno alle dieci del mattino per l’addestramento del nostro cane.

Mario ebbe come un sussulto. Fece un passo indietro, strinse gli occhi e sospirò. Non poteva credere alle sue orecchie. Cominciò a sudare freddo, un sapore ferroso irruppe dall’esofago, la lingua si seccò. Appallottolò il foglio e lo buttò a terra, poi si sfilò la corda dalle spalle e lasciò cadere il faldone, che toccando il suolo si sfasciò, con un rumore che a stento coprì quello del suo cuore che batteva all’impazzata. Il cane gli premeva la testa sulla gamba.

  • Non potete, non accetto questo incarico. Non voglio nulla da voi, non mi serve un lavoro. Vi prego…
  • Il cane adesso appartiene all’esercito tedesco. Se opporrai resistenza verrai incriminato ed affidato alla milizia del Regio Esercito. – disse, avvicinando la mano alla pistola che teneva appesa alla cintura. Il collega non smetteva di guardare il Sanbernardo.

Il ragazzo si mise in ginocchio, abbracciò Mario il Brigante, che aprì la bocca e cominciò a mordere dolcemente tutto quello che gli capitava a tiro. Sentì una zampa sulla spalla, all’orecchio i suoi consueti versi che esprimevano gratitudine ogni volta che riceveva delle attenzioni.

  • Forza, portalo alla macchina.

Mario si avvicinò al mezzo e vi si intrufolò dentro, il cane lo imitò. Prese il guinzaglio e lo legò alla maniglia interna di uno sportello, poi lo attaccò al collare.  Stavolta non lo guardò, scese dalla macchina e si diresse verso casa. Quando passò a fianco ai due soldati, il colonnello gli porse un sacchetto.

  • La tua paga per questa settimana.

Non rispose. La prese tra le mani e accelerò il passo. Li sentì muoversi e chiudere gli sportelli. Da dentro la macchina Mario il Brigante cominciò a lamentarsi. Strisciando le enormi zampe sul vetro produceva un botto che s’allungava collegandosi allo stridio delle unghie, ma più che i colpi, i finestrini di quell’automobile furono messi a dura prova dall’unico, secco abbaio che emise, nel momento in cui per l’ultima volta incrociò i suoi occhi con quelli di Mario.  Il ragazzo scattò di corsa e andò a rifugiarsi a casa. Entrò in lacrime, svuotò velocemente la busta sul tavolo e se ne andò. Si buttò sul suo letto, sbattendo gli stinchi nella barra ai piedi del letto. Sentì un dolore lancinante, che si sprigionò, e in un certo senso aprì la via alle sue sensazioni, di gran lunga più lancinanti.

  • Che delizia! E l’orso? L’hai venduto? – gridò zio Angelo dall’altra stanza.

Si coprì il viso con un cuscino e premette con tutte le sue forze. Perse il fiato ma continuò a spingere, agitò le gambe, contrasse lo stomaco, poi lasciò la presa. L’agitazione lasciò il posto alla fatica, la mente smise di pensare e si addormentò.

Passò così il ventiquattro dicembre 1942.

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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