• Zitto tu, che ne vuoi sapere?
  • Ma zia, ho solo detto che le capitali sono le città più importanti di uno stato, quelle che dici tu sono i capoluoghi di provincia.
  • Precisetti, e chi te l’avrebbe insegnato, tuo padre? – replicò la zia, sghignazzando.

Mario era un ragazzo di quattordici anni, e quello era il suo ennesimo tentativo di intavolare una discussione con Nanna e Angelo, due nullafacenti di quarant’anni che avevano occupato casa sua. Per giunta, erano i suoi zii.

Il suo fisico era piuttosto possente, per la sua età. Il centro del petto era solcato dai pettorali che cominciavano a formarsi, le braccia lunghe e dalla folta peluria nera si attaccavano alle spalle robuste che davano alla sua sagoma una forma trapezoidale. Al mattino, quando si svegliava, usava di nascosto la lametta di zio Angelo e si accorciava i baffi, inumidendo la pelle con dell’acqua fredda. Nel suo armadio aveva tre giacche, due maglie di lana, un solo pantalone lungo e due alla zuava. Ai piedi portava sempre lo stesso paio di scarponi pesanti, ereditati da suo padre. Li indossava in tutte le stagioni ed erano preziosissimi, in quei tempi dove era già un lusso trovare degli zoccoli di legno; pochi mesi prima doveva allacciarli stretti per evitare che ballassero, ora la taglia era giusta, il suo piede era cresciuto velocemente ed era diventato come quello di un adulto. Ma non era per questo che andava fiero della grandezza dei suoi piedi.

 

Non aveva mai lavorato nei campi, o zappato la terra, sollevato mattoni e balle di fieno; il suo allenatore era il cane che gli stava tutto il giorno accanto.  Si erano incontrati sei mesi prima, all’alba dell’8 Giugno del 1942. Mario era uscito di casa dopo una notte di paura, in cui la città di Cagliari era stata vittima dei primi bombardamenti degli aerei inglesi.

  • Forza, è ora di uscire, non abbiamo niente da mangiare.- lo aveva svegliato bruscamente suo zio Angelo.
  • Ma, zio, ci sono stati i bombardamenti, può essere pericoloso!
  • Non frignare, devi dare il tuo contributo, andiamo, in piedi!

E così si era ritrovato in strada, in mezzo al silenzio delle vie del centro, insolitamente deserte. Si era soffermato ad osservare quel vecchio, lontano parente del vivace rione che era stato prima che cominciasse quel maledetto conflitto.  L’incursione aerea aveva interessato per lo più il porto, ma qualche ordigno era caduto anche nel suo vicinato, distante di poche centinaia di metri. Alcune case erano state colpite, e con loro anche i primi civili. Prima d’allora, la vita in città era andata avanti, nonostante le ristrettezze economiche e la desolazione che le radio trasmettevano durante i bollettini di guerra. Cagliari era rimasta in disparte, mentre gli interessi strategici si spostavano in Nordafrica, portandosi dietro gli spettri del triste destino a cui la Sardegna, di lì a poco, sarebbe andata incontro.

Il cielo limpido iniziava a fare da specchio al sole, le ombre si accorciavano. Col cuore in gola si guardò intorno, era completamente solo. Prese a camminare, dando dei calci a una pietra, sua unica compagnia.

Fece un tentativo alla bottega della via parallela, ma era sigillata da una pesante porta in legno vecchio e bucato dai tarli. Discese a mare in cerca del fruttivendolo che aveva una bancarella in stazione, ma di lui nessuna traccia. Decise allora di esplorare il quartiere, tornare a mani vuote gli sarebbe costato una bella strigliata dai suoi zii. Girovagò un poco in cerca di un’idea, senza badare troppo a dove stesse andando. Era quasi giunto nella piazzetta che vedeva quando si affacciava alla finestra della sua stanza, quando si trovò davanti a quello che, solo un giorno prima, era il muro di una casa, e ora si presentava come un cumulo di macerie. Gli spunzoni delle travi di legno spaccate a metà, gli ricordavano tanto le trappole dei Thugs nei romanzi di Emilio Salgari. Salì sopra le montagnole di gesso e cemento, e inciampando ad ogni passo si ritrovò all’interno di una casa. Le mattonelle spezzettate, gli intonaci sbriciolati. Passò per una sala con delle sedie in disordine, degli armadi aperti e indumenti per terra. Nessun segno di vita, niente sangue, nessun cadavere.  Percorse un corridoio e si soffermò dinanzi a un grande specchio a parete. Si sistemò i neri capelli mossi, che iniziavano a scendergli sulla fronte. Sotto delle folte ciglia, due occhi verdi avevano l’espressione risoluta, con un non so che di battagliero. Il naso schiacciato e le labbra rosse e delicate parevano essere disegnate da un artista indeciso fino all’ultimo se ritrarre il viso di un uomo o di una donna. Riprese l’esplorazione, alla fine del corridoio, dietro una parete dagli spigoli sbeccati, entrò in quella che doveva essere la camera da letto e raccolse un libro dal pavimento. Sfogliò alcune pagine. Il silenzio era rotto solo dal soffio della leggera brezza mattutina. Tutt’a un tratto sentì dei rumori provenire da un’altra stanza, simili a dei passi, ma più strascicati. Tutt’a un tratto sentì dei rumori provenire da un’altra stanza, simili a dei passi, ma più strascicati. Rimase impalato come una statua di gesso e tese le orecchie, girando la testa ora verso la porta, ora verso la finestra. Più avvertiva il rumore in prossimità, più se la faceva sotto. Strinse i pugni e stropicciò le pagine del libro.

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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