Al Tre scavalco la finestra e corro più veloce della luce”, disse tra sé e sé. “Uno, Due, Tre”, ma non si mosse. “Uno, due, Tre”, niente. Sospirò, un rivolo di sudore colò dalle basette e solcò la guancia, innescando un leggero brivido che gli percorse la schiena come una scossa elettrica. “Uno, due, ETTREE’!”, gridò. Scattò e si mise a cavalcioni sulla finestra, ma non uscì, la curiosità fu più forte della paura, i rumori dietro il muro si fecero più veloci.

Una sagoma fece capolino. Era un cane. Lo guardò con aria interrogativa, annusò il pavimento e sbuffò per espellere la polvere. Le orecchie flosce che toccavano terra. Il muso largo e di colore bianco, sugli occhi una maschera di pelo marrone. Era lungo una sessantina di centimetri, il manto pezzato era fluente e morbido, una lieve bozza all’altezza delle anche seguiva il movimento delle zampe, donando all’animale delle movenze di irresistibile eleganza.

Ciondolava scoordinato, ma era già naturalmente portato a procedere col passo sicuro e imponente, tipico di quella razza, il Sanbernardo. Tutta la sua mole era sorretta da quattro zampe enormi, che parevano essere state smontate da un elefante.

Mario scese dalla finestra e gli andò incontro, il grande cucciolo si mise su due zampe e saltò, infilò il muso sotto le braccia, si girò e lo frustò con la coda, si diede lo slancio e gli si buttò sopra con la schiena, il cuore gli batteva a mille ed aveva una gran fretta. Smise di saltare, continuò ad annusare il pavimento con fare circospetto, fece il giro del letto e si fermò, attese che Mario lo cercasse e all’improvviso si affacciò da sotto il materasso. Mario si buttò a terra e si infarinò con la polvere, si lasciò calpestare, mordere, tirare le maniche della giacca, leccare il viso. Poi il cane si calmò, e come fosse stato il suo padrone dal momento della nascita, si sdraiò su di lui e si accucciò.

Stettero fermi in quella posizione, e il ragazzo, mentre contemplava i suoi occhi e passava una mano sul pelo morbido e caldo, pensò che tutte le disgrazie che erano capitate a lui, ai suoi cari ed al mondo intero, si fossero risolte nel preciso istante in cui si erano trovati. Poi il cucciolo alzò la testa, mugugnò e iniziò a camminare, voltandosi per assicurarsi di essere seguito. Mario non lo fece, ma pochi secondi dopo, abbaiò. Lo raggiunse. Se ne stava seduto ad agitare la coda, col naso rivolto verso un pensile socchiuso. Lo aprì, ne estrasse un involucro di carta stropicciata, dentro cui trovò mezza forma di pane rappreso e tre mele. Annusò il pane, godendosi il sentore ancora forte di brace, con lo stomaco che brontolava, bramando di addentarlo lì, in piedi in quella cucina.

Capì che i proprietari erano fuggiti, e il cane era stato rimasto solo, un po’ com’era solo anche lui. Aveva su per giù quattro mesi, e, considerata la grandezza delle zampe, un secondo tratto in comune col suo nuovo padrone. La guerra, che tante famiglie aveva diviso e distrutto, ad una nuova aveva contribuito a dare origine.  

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale. Based on a work at http://otticosolitario.it/.

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