C’erano i carrelli bar, uno partiva dalla coda, l’altro dalla testa dell’aereo su cui stavo.
Turbolenze lievi, ma non per questo meno frustranti. Steward e hostess ne erano infastiditi perché lo sversamento delle bibite era difficoltoso. Noi passeggeri lo eravamo poiché si sa, quando l’aereo trema, scoda e rumoreggia pensi di essere sospeso in cielo, sorretto da un filo nelle mani di un bambino burlone ed annoiato.
Questo era lo scenario prima dell’accaduto.
Il posto numero 74f era occupato da una giovane ragazza coi capelli neri, gli occhi stanchi e, a giudicare dall’espressione, tanto affamata. I Frollilli Materani all’arancia erano il suo più ossessivo disio. Sedeva alla metà esatta dell’aeromobile.
I due carrelli si avvicinarono, e notai che mano mano che procedevano, il servizio era più frettoloso e sbrigativo. Infine Steve e Luigi si urtarono schiena contro schiena.
Con prontezza felina chiesero:
– dolce o salato?
Ma fu un coro. Servivano in due lo stesso, ultimo passeggero.
Ripeterono, altro coro.
– No, lei è mia.
– No, è mia. Guarda, scommetto che vuole il the.
– Invece secondo me vuole il Santal all’arancia rossa. Che poi perché ci mandano sempre arancia rossa e non arancia normale non si sa, aggiungo.
La ragazza affamata accennò, tirando su l’indice, un intervento. Ma non vi riuscì.

Sentii solo lo spostamento d’aria, una sberla ne attirò una di risposta. Poi un abbraccio di violenza. I due caddero, i colleghi cercarono di intervenire, ma erano bloccati dai due carrelli, fra i quali Luigi e Steve si tiravano lembi di pelle e di vestiti. L’aereo, così, non aveva più l’equipaggio sufficiente per proseguire il volo.
Il comandante fu costretto ad un atterraggio d’emergenza in un’isola deserta, senza aeroporto, senza strade, senza città.
Il radar ci localizzó, ed ora siamo su un’imbarcazione di colore blu, ammassati e stretti in un cordone solido ed impenetrabile: Steve e Luis, ognuno ad un capo diverso del barcone, provano tutto il tempo a ricongiungersi nella loro baruffa chiozzotta.
Oggi sbarcheremo a Cagliari, vento permettendo, con cinque giorni di ritardo. I telefoni scarichi, i nostri familiari hanno perso il contatto con noi tre o quattro notti fa.
Un marinaio della scialuppa che ci ha abbordato al largo ci ha detto che di noi parla già il telegiornale, di noi si sono interessati in tanti. Ci credono migranti.
Quando ci avviciniamo alla costa notiamo che alcune persone ci attendono al porto con bandiere tricolori. Altri, a bordo di furgoni pieni di viveri, acqua e vestiti, stazionano al molo della Dogana.
Oramai siamo a poca distanza dal nostro attracco, e vedendo cosa ci aspetta, pensando a cosa ci è accaduto, notiamo che una piccola controversia ci ha portato a questo punto, un’altra più grossa ci aspetta a destinazione.
Io, dal canto mio, voglio solo tornare a casa.
Sono isolano.

 

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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