Il Subbuteo. Quel gioco così meraviglioso che, quando ero bambino, mi sembrava un miraggio.

Lo conoscevo da quando avevo tre, forse due anni. Lo usava mio fratello maggiore. Io lo osservavo schiccherare quegli omini, il cui rumore, oggi, sono un unico parallelo di ricordi accatastati nel tempo. Ma mi piace ricordarne uno, legato all’altro mio fratello che era amava tanto il monologo di Francesco Nuti in “Caruso Paskoski (di padre polacco)”, dove il protagonista descrive il piacere provocato dai rumori delle palle da biliardo che sbattono sulla stecca e poi tra loro.

Quando crebbi poi, chiesi a mio fratello di regalarmi il suo Subbuteo, ma oramai non lo aveva più, perso nel trasloco che portò la mia famiglia dal quartiere Mulinu Becciu di Cagliari, alla periferia di Quartu Sant’Elena.

Per molto tempo il ricordo di quel magnifico gioco con quegli omini ballerini fissati su una semi sfera, quelle palline sproporzionate, il panno verde, restò nella mia mente come l’immagine di un cartone animato visto tante volte in televisione, con la fantasia di poterne incontrare i protagonisti, un giorno.

Cominciai a desiderarlo quando avevo sette o otto anni, ma era troppo costoso. I miei amichetti non lo conoscevano, perché nel 1992 era già diventato un giocattolo d’epoca, difficile da trovare nei negozi e per giunta molto costoso. Passai due anni a chiedere a tutti i negozianti se lo avessero, ma nulla.

Finchè un giorno, esattamente il 22 Dicembre 1993, tornai a casa dal collegio per le vacanze di Natale. La mia richiesta per quel Natale/compleanno fu proprio il Subbuteo. Quando scesi dall’aereo, ad aspettarmi trovai il mio terzo fratello assieme a mia madre. Saliti in macchina, la prima cosa che chiesi fu se il mio desiderio fosse stato esaudito, e mia madre guardò mio fratello, che rispose:

  • No Richi, costava troppi soldi.

Mascherai la delusione, ma ero felice di essere tornato a casa, passò subito. Arrivati a casa notai alcuni cambiamenti, come il giardino più curato ed in ordine, la casa più fredda ed asettica. Ma una cosa era rimasta identica: l’angolo dal lato opposto dell’uscio, sopra la credenza, era arredato col nostro solito, piccolo alberello di Natale, che altro non era che un soprammobile. Lì accatastavamo tutti i regali.

Alcuni pacchetti, dei dolciumi per la mia festicciola di compleanno del giorno dopo, e poi, Lui.

Un involucro bianco con la scritta “Giocheria” dalla forma che poteva avere qualsiasi gioco di società. Attraversai il soggiorno come ipnotizzato, con passo spedito e sguardo fisso su di Lui, perché l’amore è un duello (cit.). Presi in mano la scatola e notai subito che da dietro la carta traspariva parte di una scritta: “buteo”. Scartai e scoprii che non era un souvenir veronese, era il Subbuteo. Nella confezione classica con la parte superiore che si apriva e mostrava i calciatori, il panno e… I palloni.

Oggi faccio l’ottico, e quando insegno ai clienti a mettere le lenti a contatto utilizzo una frase che ho riciclato dalle istruzioni di gioco del Subbuteo: “le lenti, per poterle indossare facilmente, devono essere posizionate nella parte alta della falange del dito indice, vicino all’unghia, a punta di dito”. E non sono pochi quelli che, a sentire quell’espressione, mi guardano, come fossi una musa che canta in versi l’emozione d’una rimembranza, perché il Subbuteo, in effetti, è quella musa.

Comunque, la marca Mitre non l’avevo mai sentita, fino a quel fatidico 22 Dicembre 1993, quando vidi che i palloni in dotazione nella mia scatola di Subbuteo erano due: uno di marca Subbuteo, ed uno di marca Mitre.

Successe poi che l’anno dopo, mio zio mi regalò un pallone, ed indovinate qual era la marca? Indovinate qual era il pallone? Il Mitre Magma. Che ho ancora oggi e che possiamo considerare il pallone numero Zero della mia collezione. Sarà facile, dunque, capire perché la mia marca preferita è la Mitre. 

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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