Da ragazzi ci piaceva andare in giro a cercare dei posti riservati, dove poter sedere e bere qualche birra. Eravamo sempre gli stessi, anzi sarebbe più corretto dire che eravamo sempre noi due. Il desiderio di farlo nasceva solo se collegato alla prospettiva di stare assieme, e quando eravamo fortunati, quando la buona sorte ci riservava una seduta tra le sue braccia, eravamo in tre, ci accompagnava Stefano.
Stefano era un amico di tutti i giorni, anche se non lo frequentavamo proprio dal lunedì alla domenica. Non era semplice stargli accanto, e come tutte le cose complicate, ci era necessario. Era egocentrico e goliardico, aveva fantasia, s’inventava un modo per percorrere il tragitto dalla macchina alla panchina dei giardini senza annoiarci. Sapeva abbordare gli sconosciuti, sapeva aiutarci a trovare nuovi amici, o nuovi nemici se si imbatteva in qualcuno che non gradiva i suoi modi. Quella sera eravamo usciti da soli, noi due, ma lo avevamo incontrato sulla soglia della bottega dove andavamo a comprare qualche bottiglia fresca da portare al Belvedere sul mare, oppure a quello sul centro storico. Avevamo girato l’angolo e ce lo eravamo trovati lì, col sorriso da furbetto, come se ci stesse aspettando.
In venticinque anni che lo conoscevamo, le uniche due volte in cui lo avevamo incontrato su appuntamento erano al funerale di mio padre e poi a quello di mia madre. Tutte le altre volte lo avevamo beccato per strada, e che io ricordi aveva sempre quella faccia soddisfatta. Mai una volta che fosse stupito di vederci. Era egocentrico, come ho detto, per questo ogni cosa che succedesse al mondo riusciva a farla risultare come fosse merito suo. Il cielo da nero diveniva limpido? Diceva di averlo previsto. Il Cagliari ribaltava un risultato al Sant’Elia? Era perché il mister aveva sentito il suo grido dalla curva. Ci incontravamo in una via fuori dal centro, alle tre del pomeriggio di martedì? Si stampava quel sorrisetto, diceva che sapeva che ci avrebbe trovato lì.
Come sempre ci accolse senza salutarci, ma proponendo il suo programma, facendosi un baffo del fatto che, magari, avessimo altri impegni per passare il pomeriggio. Tanto lo sapeva, se Stefano ci incontrava, era capace di farci tirare il pacco a Edwige Fenech.
– Oggi siete fortunati.
– Ma non mi dire. Immagino il perché.
– E immagini bene: c’è Stefano con voi stasera.
– Chi sei, Cesare, che parli in terza persona?
– Cesare s’inventava di battaglie e conquiste, io, invece, sono cronista di vicende reali.
– E una di queste vicende- dissi per concludere- stai per raccontarcela.
Si aggiustò il suo giubbotto in pelle, quello che portava sempre, tutto sgarrupato sui gomiti e scolorito nei polsini.
– Esatto, ma non qui.

A noi due sembrò di correre, mossi dall’entusiasmo, mentre svuotavamo il frigo da tutte le birre che c’erano dentro. Stefano invece ci attendeva alla cassa. Aveva già conteggiato tutto e stava pagando. Come faceva sempre.
Percorremmo a piedi tutte le piccole stradine in salita che dal quartiere di Stampace portavano a Castello, due dei quartieri storici della città di Cagliari. Le buste sbatacchiavano e la condensa iniziava a gocciolare. Stefano era più veloce di noi, che lo seguivamo senza fare domande su dove diavolo ci stesse portando, sapevamo che non ci avrebbe mai risposto. Arrivati vicino alla cattedrale, infine, si fermò. Ci fece notare una piccola rientranza tra due muri, e dietro, uno spiraglio da dove fuoriusciva un’aria fresca che smuoveva i cespugli che la ostruivano. Stefano prese a calci quegli arbusti, li appiattì e proseguì. Noi due vi passammo di traverso, cercando di non sbattere con le bottiglie sui muri. Era una sorta di tunnel. Proseguimmo per circa cinque minuti, poi Stefano sparì. Quando arrivammo al punto in cui lo avevamo perso, il tunnel s’aprì e lo vedemmo seduto su un masso, sempre col suo sorriso da porno divo. Ci indicava dietro di sé. Uscendo dallo spazio ristretto che avevamo attraversato, quel panorama ci esplose in faccia. Il Colle di Monte Urpinu, e dietro il mare. Sotto di noi il quartiere di Villanova, con le sue casette una attaccata all’altra e l’aria sorniona del rione residenziale sotto le mura, l’aspetto paesano e multi etnico che, a detta di Stefano, determinava la differenza tra un’accozzaglia di palazzi ed una Città. 

Stappammo tre birre, una a testa, e nessuno di noi due disse nulla, attendevamo che Stefano iniziasse. E così fu:
– Noi abbiamo il privilegio di sedere su questi massi allisciati, bere delle birre, urlare dalla balconata e scopare le nostre ragazze dominando tutta la città. Beninteso, questo privilegio, modestamente, lo ha solo chi dico io. Perché questo posto è la mia scoperta. Dovete sapere però che il Castello, circa settecento anni fa, era dimora della nobiltà e dell’aristocrazia aragonese. Oggi noi possiamo entrare ed uscire a nostro piacimento, ma all’epoca vigeva una legge: all’ora del coprifuoco qualsiasi sardo si trovasse tra le mura della fortificazione veniva catapultato all’esterno direttamente dalle balconate, come dire, lo suicidavano.

Lo interruppi subito, non prima di concedermi un’abbondante sorsata:
– Dicevi che Cesare inventava e tu raccontavi di vita vissuta, ma ora stai parlando del milletrecento. Com’è questa storia?
M’ignorò, come se avessi detto una sciocchezza e lui portasse tra le mani la prova materiale che mi sbugiardava. Era inutile anche concedermi la minima attenzione.
– Come scrive un mio caro cugino, in quegli anni i sobborghi della collina dove poggiamo ora il culo erano posti poco raccomandabili. Nelle ore diurne briganti, delinquenti e banditi provenienti dai villaggi vicini si aggiravano per queste vie in cerca di qualche gallina da spennare, e lo facevano a ragion veduta!

– A parte il viceré -seguitò nel racconto alzando di un tono il volume della voce-  una schiera di nobili a cui erano state concesse proprietà e poteri sull’isola, dalla Spagna erano giunti a Cagliari. Esercitavano il proprio potere, che non ho idea di cosa diavolo consistesse, ma nel tempo libero s’annoiavano non poco, lontani dalla vita mondana della metropoli in Madre Patria. Per questo in terra sarda scoprirono un più fervido bisogno d’amore carnale. Come si può immaginare osservando questo rione così piccolo, il giro delle prostitute doveva essere ristretto, quindi per trovare nuovi occasionali amori, cominciarono ad uscire dalle mura e scendere nella città bassa.
Si esponevano così a contatti con il popolo minuto, le genti basse e tarchiate, dalla carnagione scura e dalla parlata aspra, con consonanti forti e vocali poste qua e là giusto per alleggerire qualche cadenza: noi sardi appunto. Ma in un’occasione questi “contatti” divennero materia interessante.

Tornai ad interromperlo con un gesto eclatante, ma fui bloccato a mia volta da Giulia, che prima di parlare per la prima volta in quelle due ore in cui stavamo assieme, attirò la nostra attenzione sbattendo una chiave alla bottiglia, e disse:
– “Gente tarchiata e dalla carnagione scura? NOI SARDI”? ma ti sei visto? Hai sessanta centimetri di chioma bionda e sei alto un metro e ottantacinque.

Stefano era un gentiluomo, infatti stavolta non la ignorò come fece con me, le rivolse uno sguardo dolce e affettuoso, ma continuò a raccontare come se l’affermazione di Giulia avvalorasse quanto stava dicendo:
– In quegli anni il fermento indipendentista si stava diffondendo dall’alto, spinto dalle bramosie di potere del Giudicato di Arborea e dal Giudice Mariano IV, deciso ad ogni costo a strappare l’intera isola alla corona spagnola. Ancor prima che ogni ostilità prendesse il via, Cagliari era sorvegliata dai giudicali, che lavoravano discreti per preparare la loro rivolta. Cercavano degli agganci, cercavano il modo per entrare nei palazzi nobiliari e spiare le persone delle quali pregustavano il sangue e le terre.

Fece una breve pausa, tolse il giubbino, cambiò posizione e proseguì:

– Un alto ufficiale dell’esercito iberico, per farla breve, fece amicizia con dei protettori, dei magnacci insomma. Era ricco, e poteva pagare bene le donne che questi gli proponevano. Ma questi non erano proprio degli amici. Non erano proprio dei magnacci. Non erano proprio dei borgatari cagliaritani. Erano i messi arborensi che avevano finalmente trovato la chiave della porta della capitale del Regno di Sardegna.
In poco tempo la moneta che richiedevano per le loro prostitute non era più il denaro, ma informazioni prima, accessi non autorizzati poi.

Bevve un poco, e notando la nostra curiosità, smise di parlare per alcuni secondi e finse di cercare qualcosa nella tasca dei jeans, da cui non estrasse nulla.
– Voi mi chiederete come sia possibile che un soldato così navigato possa farsi imbrigliare in una rete di ricatti e pressioni da un gruppo di contadini buzzurri.

Ci spiegò, agitando la bottiglia da cui usciva un poco di schiuma, il veloce e suicida rapporto di amicizia che l’alto ufficiale instaurò coi protettori. Fu come una malattia, una mania sessuale incontrollabile. Una patologia che non solo gli prosciugava lentamente le finanze, ma che lo avrebbe potuto portare dinanzi all’inquisizione. Ecco perché, senza nemmeno accorgersene, l’amicizia si era trasformata in sudditanza. Ruoli perfettamente invertiti.

– Nelle testimonianze si parla di uomini dagli occhi marroni, che puzzavano di terra, di palude. Uomini che forse potevi battere temporeggiando, studiandone le mosse. Ma uomini che se ti prendevano di petto, erano abbastanza pazzi da sfondare la propria testa solo per riuscire a fare a te un bernoccolo. E il fatto che in poche migliaia progettavano una guerra contro la più potente nazione del mondo, è tutto dire.
Da non trascurare anche un altro fatto: la voglia di rivalsa morale dell’oppresso. In uno scritto che ho trovato all’ archivio comunale, si legge che questo ufficiale fu costretto a concedere le dolci virtù di sua moglie, per giorni e giorni, ai suoi “amici”. Non è ben chiaro se spinto dalla paura di essere ucciso, oppure dal timore di essere smascherato nelle sue avventure notturne.

A dire il vero avremmo potuto recarci di persona all’archivio comunale per verificare se le fonti di cui s’avvaleva Stefano esistessero davvero, ma non ci pensammo nemmeno per un minuto. L’immagine di un nobile spagnolo che alla sera si scambiava i vestiti con un sardo per permettergli di pernottare in Castello ci risultava maledettamente avvincente, teneramente gustosa. Ringalluzziva le nostre velleità indipendentiste. Era una trama simile ad un film di Pierino e Lino Banfi, una favola. Una favola come il nostro sogno politico. Perché non l’avevo ancora detto: noi siamo indipendentisti.
Stefano s’avviò alla conclusione:


– Tu, Giulia, in questo momento siedi nel masso più grande, dove veniva fissata una fune, legata a una grossa cesta. Era l’ascensore che portava dentro Castello i futuri ribelli arborensi, nelle notti stellate della primavera del milletrecentoquarantanove, entravano clandestinamente nelle ore proibite per scoparsi la moglie del futuro comandante di fanteria dell’esercito più potente del mondo.
E quando ci sono di mezzo le donne, le guerre vengono male, o benissimo, secondo i punti di vista. Non a caso Cagliari fu l’unica città dove, almeno in via ufficiale, i ribelli comandati dai Bas Serra di Arborea non riuscirono a penetrare. Io penso che sia una conquista più grande tenere per le palle il proprio carnefice, e tenere in tasca le mutande di sua moglie, piuttosto che morire cercando di uccidere un poveraccio come me che combatte per poi vedere i propri sforzi vanificati da accordi tra nobili. Come ogni guerra che si rispetti.
E a me, al di là della storia, piace pensare che questo quadrato protetto dai muri di questi edifici e dal buco azzurro oltre la balaustra in pietra, sia l’unico posto dove possa sentirmi a casa. Casa mia non è dove pago l’affitto. Non è dove pago il mutuo, dormo, cucino e mi lavo. Casa mia è dove respiro il ricordo, sia esso mio o una semplice impronta centenaria su una pietra. Casa mia è dove io e solo io conosco l’ingresso e la via di fuga, sia essa una porta in legno o una barriera immaginaria.

Si alzò, si poggiò sporgendosi e respirando profondamente, guardando lontano. Noi lo imitammo, trascinati dalla sua stucchevole chiusa teatrale, ma come sempre eravamo rapiti, bisognosi di trovare un poco d’arte e finzione, nel nostro piccolo mondo fatto di abitudini. Il nostro colpo di scena era Stefano, e ci era necessario.

 

 

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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