Per quanto chiunque conosca me e i miei fratelli possa avere notato la nostra fierezza nell’evidenziare ogni giorno le nostre origini cagliaritane, forse non tutti sanno che per metà siamo sassaresi. Mia madre era di Bonorva, e con la sua famiglia si trasferì a Cagliari nell’immediato dopoguerra. Ricostruendo i ricordi dei suoi racconti, non credo che lei abbia vissuto a Bonorva più di una manciata d’anni, ma nonostante questo, anche se il suo accento era del Capo di Sotto, lei parlava sempre la sua lingua logudorese. Quando in casa venivano a trovarci le sue sorelle, per noi era una festa. Eravamo bambini, e vedere quelle signore che gesticolavano ed urlavano parole a noi sconosciute, era davvero esilarante. Parlavano dei formaggi, di come si cuoceva il maiale, si lamentavano di quanto i figli fossero pestiferi, si aiutavano a vicenda nello sgridare il figlio che, a turno, s’era macchiato di qualche bravata. Inutile dire che i più delinquenti eravamo noi, e gli aggetivi come facchini di porto, bastasciu o landrastu sono ancora oggi negli annali della famiglia. Quattro maschi, quattro ingordige alimentari da gestire, quattro teste litigiose che si contendevano il turno al Nintendo o il telecomando alla TV, tre teste di cavolo che si litigavano il privilegio di non portare il fratello minore (io) con sé in giro.

Ma non è di questo che volevo parlare. Una delle bravate che in casa mia veniva commessa ogni domenica, era la partita del Cagliari alla quale Renzo andava ad assistere. È sempre stato bravo a nascondere in famiglia cosa combinasse quando usciva alle otto del mattino e ritornava alle otto di sera, anche se la partita durava due ore. L’unica persona a cui raccontava le sue avventurose domeniche ero io. Mi prendeva in braccio e partiva col romanzo. Mi cantava i cori della curva, oppure mi permetteva di stare accanto a  lui quando telefonava ai suo compagni di curva per raccontarsi a vicenda gli accaduti domenicali.

Ne ricordo a decine, ma uno in particolare acchiappò la mia attenzione:

  • Noi tenevamo lo striscione teso e camminavamo lungo le strade diretti allo stadio. Eravamo proprio tanti, forse trecento. Facevamo un baccano assurdo e la polizia a fatica ci teneva allineati in un enorme serpentone. Dalle vie circostanti vedevamo i gruppetti di rossoneri che ci seguivano e ci lanciavano degli oggetti, oppure dei petardi. Noi li osservavamo, ma ci veniva impossibile raggiungerli, quindi li invitavamo ad avvicinarsi col coro “fatevi sotto, bastardi fatevi sotto”. Ad un certo punto il lancio di petardi si fece più intenso, ma ci cagammo letteralmente sotto quando sentimmo un BAAAAM!. Era una bomba carta.

Raccontava di una trasferta a Milano contro l’odiato Milan, che in quegli anni dominava il mondo ed incantava gli appassionati con le gesta di Van Basten, Gullit, Rijkard, ed in seguito di Simone, Savicevic, ecetera.

La sua esperienza fu la mia (dis)educazione. Anche io, quando mi feci grandetto, iniziai a seguire il Cagliari. Lo dico a tutti quelli a cui lo racconto: sempre mi salvò la mia faccia da ragazzino paffuto ed innocuo. Al sabato o al venerdì prendevo la sciarpa, indossavo anfibi, jeans e giubbotto, e partivo da solo. A volte mi incontravo con gli altri tifosi del Cagliari che come me non risiedevano in Sardegna, ma quasi sempre affrontavo le trasferte completamente da solo. Nottate a dormire in stazione, traversate notturne in treno dormendo con un braccio in bilico che, cadendo di tanto in tanto, mi faceva risvegliare per controllare se non avevo sorpassato la mia fermata. Ore in stazioni deserte ad attendere le coincidenze. Una volta, non ricordo dove diavolo fossi diretto, dovetti trascorrere la notte in stazione a Bologna. Non so perché ma quel luogo aveva la fama di essere una sorta di Far West. Io scesi dal treno e mi sistemai in sala d’attesa. Pochi giovani come me, molti vagabondi che si rifugiavano nelle dure poltrone in legno. Feci l’errore di dirlo a mio fratello Manuel, che intimorito da ciò che sarebbe potuto succedermi là, mi chiamò venti volte e non mi fece dormire. Mi raccomandò di non uscire sul piazzale perché, testuali parole, “c’è sempre casino, e fanno sempre a colpi”. Nessuno, in mia presenza, fece a colpi, non dormii nulla e regolarmente andai a vedere il mio Cagliari. Quando giungevo a destinazione vedevo spesso le vedette delle tifoserie di casa che controllavano un eventuale arrivo di tifosi ospiti, ma mai nessuno si permise di aggredirmi: ecco perché ritengo che la mia faccia mi abbia salvato non poche volte.

(dis)Educazione, l’ho appena chiamata. Mio fratello non poteva immaginare che quando io avessi compiuto diciannove anni, andare alla partita sarebbe potuto essere così pericoloso. Le normative di repressione contro i tifosi violenti, intorno al 2000, iniziarono ad abbattersi sulle tifoserie organizzate, e non era impossibile beccarsi una denuncia, un arresto o una inibizione all’ingresso allo stadio con obbligo di firma anche se non si era colpevoli di atti di violenza. (dis)Educazione, la chiamo, perché il mito del fratello maggiore che seguiva la sua squadra in giro per l’Italia, senza soldi in tasca, che prendeva navi, treni e aerei per tifare per cento minuti, in me ebbe presa e maturò più velocemente di quanto cambiassi la voce. Da ciò conseguirono i rischi a cui mi esposi per la spregiudicatezza di presentarmi in città dove la mia fede calcistica determinava l’esposizione all’odio di una curva intera. (dis)Educazione.

Però, miei cari, c’è un però.

Per me seguire il Cagliari significava dedicarmi ad una passione, coltivarla, mettervi dentro qualcosa di me. Ho impiegato anni a capire che amare, non sempre debba combaciare col difendere, con l’essere ostile e col temere. Ho impiegato anni a capire che quando si ama, si ama e basta. Questa è stata l’educazione che ho ricevuto dai racconti di mio fratello. Nella vita in generale, specie al di fuori del calcio, mi ha insegnato ad appartenere, ed oggi io appartengo, ed in base a questo vivo. Se sto qui a dire a cosa diavolo appartengo, probabilmente finisco per spiegarmi male e per annoiare il lettore.

Tutto questo giro di ricordi e racconti aveva un fine: raccontarvi la trasferta a Sassari di mio fratello Renzo e di tutto quello che al contorno successe.

La Torres, la maggiore squadra del capoluogo del Capo di Sopra, non ha mai avuto le fortune sportive del Cagliari. Nel 1992 il Cagliari era in serie A, la Torres in terza serie. Gli infuocati derby di serie C di qualche anno prima erano nei ricordi di tutti, le gesta dei pazzi tifosi ammalati di campanilismo ancora si sentivano per strada, a seconda di dove si passava. Finché un bel giorno, le due società si accordarono per fare un’amichevole a Sassari.

Renzo me ne parlò, ma mi chiese di tenerlo per me: mia madre non doveva sapere di questo epocale evento, di questa possibilità di rinnovare le inimicizie tra le due tifoserie. Come detto era il 1992, mio padre era mancato da poco e Renzo era l’uomo di casa: ventenne e irrequieto Ultras che raccontava quello che andava a fare allo stadio al suo fratello di otto anni. Quando tornò portò con sé alcuni aneddoti, che non sto qui a raccontare, ma soprattutto portò lei: una musicassetta con la registrazione dei cori del Settore Ospiti. Fu la prima cassetta tifo che ascoltai. Me la regalò tanti anni dopo, quando ero quindicenne e iniziavo a vedere maturi i tempi per la mia prima trasferta. L’ascoltai e riascoltai. Era un’amichevole, quindi, a parte i consueti cori per il Cagliari, a farla da padrone erano gli sfottò e i cori goliardici. 
Ora che ci ripenso così intensamente credo che manderò la cassetta all’Accademia della Crusca, per studiare i neologismi che sono immortalati in quel nastro. Uno di questi è, mi perdonerete, comprensibile solo ai sardi, oppure a quelli che qualche sardo, in vita loro lo hanno frequentato. Una parola composta, una genialità: “cunn’emmamma tua bagassassarese!”.

Ecco, i miei fratelli mi odieranno per questo, ma è ora di dirlo, siamo per metà sassaresi, e a me piacerebbe rivedere un Derby sardo.

Chiedo scusa, dimenticavo di raccontare la cosa più bella della trasferta in quel di Sassari del Maggio 1992: quando mi raccontò del suo progetto di partire per quella trasferta, io gli chiesi cos’avrebbe detto alla mamma, visto che non era possibile rivelare di quella pericolosa amichevole. Mi rispose che le avrebbe detto che sarebbe andato al mare, al Poetto. Poi però, il giorno dopo – e questo me lo ha raccontato Renzo solo pochi anni fa-, nella sessione sportiva del telegiornale regionale, mostrarono le immagini della partita e delle intemperanze dei tifosi in curva, e mia madre lo vide in mezzo agli altri cento scalmanati cagliaritani. Quando la sera lo incrociò in corridoio gli disse:

  • Non sapevo che il Poetto lo avessero trasferito a Sassari.

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