Oggi ci inventiamo una storia su un torneo organizzato dalla scuola elementare dove insegna mio fratello.

Il Torneo dei papà

…Un messaggio illuminò il telefono. Era Capitan Bibiani, gli rammentava la partita del Torneo dei Papà di quella sera. Era organizzato da alcuni maestri e genitori dell’istituto comprensivo Melanzio-Parini di Castel Ritaldi e Montefalco, allo scopo di reperire dei fondi per acquistare un apparecchio defibrillatore.
I requisiti per potervi partecipare erano pochi: amare il calcetto, avere qualche chilo in più, essere padre di un alunno dell’Istituto, giocare corretti comportandosi, per dirla all’inglese, con Fair Play. Questa competizione, però, non si svolgeva a Manchester o a Cardiff, ma tra Castel Ritaldi, Montefalco e Madonna della Stella, dei piccoli paesi nei pressi di Spoleto, in Umbria. Gli anglicismi potevano restarsene oltre manica, la parlata di queste persone aveva assonanze col laziale e col marchigiano, e c’è chi afferma che l’apertura del celeberrimo Cantico di Frate Sole di San Francesco d’Assisi, sia una parola con la chiara inflessione umbra: “altissimu”. L’inglese era roba per la televisione.
Nella sua squadra, i Daje de Punta, Maurizio era panchinaro fisso, e il suo allenatore, Carlo, lo faceva entrare solo a partita compromessa. La sua corsa era uno schifo, faticava a prendere velocità e le gambe gli cedevano, rendendolo protagonista di bizzarri capitomboli a palla lontana. A guardarlo, non sembrava così fuori forma, però la sua sconfinata intelligenza lo aiutava a trovare modi sempre più fantasiosi per infortunarsi. Per questo, dei sette componenti che si davano il cambio durante le partite, era il più a margine, ma quando entrava in campo la brigata era tutta per lui, ogni compagno voleva fargli il passaggio decisivo per la rete. Era un cameratismo tipico delle belle squadre. E lui era uno che in un gruppo come quello ci sapeva stare, anche se il campo non lo vedeva quasi mai.
Era sera, il sole scendeva lentamente dietro il Monte Subasio, le ombre di alberi ed edifici incedevano allungandosi, per dissolversi, quando il buio sarebbe finalmente calato.

Calzettoni messi.
Maglia messa.
Parastinchi, mutande e calze di ricambio, shampoo e deodorante.
C’è tutto. Ajò.
Ah, il phon, che se ho i capelli bagnati dopo la doccia diventano ricci e sono troppo brutto.”

Pur avendo vissuto gran parte della sua vita in Umbria, le sue origini erano sarde, ed ancora non si era abituato ai piccoli o grandi castelli che abbellivano ogni paesello, ancora non aveva smesso di ammirarli, ancora non poteva passarvi dinanzi senza esserne distratto.
Arrivò al campo, si cambiò, finse di fare riscaldamento per convincere Mister Carlo e impaurire gli avversari: “oggi sono in gran forma”. Ma il Mister non ci cascò. Men che meno Porfiri, Bernacchia, Menghini, Capitanelli, i fratelli Camilli, i cugini Titta, Cesarini, Micanti, Zacchini, Danilo Antonelli, il bomber Carlo Galli, Leonardo, Bellucci, Locci, Don davide, alcuni dei giocatori delle squadre avversarie, una parte dei quali erano contro in quel turno, altri si trovavano a bordo campo per assistere, sparare qualche battuta e tifare.
Un bel campo da calcetto ci starebbe bene all’interno delle mura di Castel San Giovanni, così le signore, dalle finestre, potrebbero tifare e lanciarci i reggiseni”. Pensava, mentre era fermo in panchina. Però destandosi si guardò intorno, e non fu deluso nell’avvedersi che invece gli Ultras non erano delle signore in grembiule che si affacciavano nell’attesa che l’acqua della pasta bollisse, ma le mamme degli alunni e mogli dei giocatori, con in testa le due responsabili Antonella e Raffaella, tifose sfegatate de I Barbapapà. C’era anche il capo Ultras della squadra La Quinta Forchetta, Valentina, seduta su uno scalino. Atre delle tante squadre partecipanti, erano la Eat Montefalco e La Grotta Rossa.
Il match iniziò, e capitan Bibiani era come sempre tra i titolari, e per giunta era una furia, sgomitava e correva da una parte all’ altra. Era disordinato ma estremamente utile. Picchiava senza far male e lasciava dietro sé una scia di aroma di vino passato e salsiccia, come del resto tutti i giocatori in campo, appesantiti dalla mangiata di poco prima per la festa di compleanno del figlio di un altro calciatore, Giuseppe Muni.
I Daje de Punta passarono in vantaggio nel primo tempo, ma faticarono non poco per mantenere la lunghezza sugli avversari. Il primo tempo si chiuse sull’1-0. Poi l’intervallo, altri attacchi disperati in cerca del pareggio, mentre Maurizio, oramai scoraggiato, passeggiava avanti e indietro. Ad un tratto, nel secondo tempo:
– Mauri’!- lo chiamò l’allenatore.
– Eh-
– Vie’ quà che entri.
Tolse la felpa. Entrò in campo intimorito, di solito veniva chiamato in causa quando il risultato era oramai deciso. Stavolta invece la partita era viva e mancavano venti minuti. Uno, due tentativi, palla persa. Tre, quattro. Palla persa. Troppo lento.
Ma il momento doveva ancora arrivare.
Simone Bosi, il portiere, aveva il contagiri nella mano, con un rinvio scavalcava tutto il campo, e riusciva a servire il compagno oltre le linee avversarie. Fu così che una delle sue rimesse giunse nei pressi di Maurizio, che una volta controllata la palla –non senza la consueta fatica- si difese dall’avversario, il bomber Luca Bolocci che scalciava, infine lo superò, aspettò il portiere, lo vide uscire e lo infilò con un pallonetto dalla trequarti di campo. Era il gol del tre a zero. Tutta la squadra corse ad abbracciarlo. Nessuno rimase fermo. Nessuno, in occasione dei gol, aveva mai esultato così tanto, nemmeno per un gol vittoria nel recupero. Tutti gli diedero il cinque, lui sorrise, e nascondendo l’imbarazzo guardando l’erba sintetica disse:
– Se mi festeggiate così tanto poi si capisce che sono il più scarso di tutti.
– E c’hanno ragione, co ‘sti piedi che t’artrovi!- risposero in coro i suoi compagni Lupo, U Ricciu, Mauro Negroni e Leonardo Chiacchierini.

In cuor suo era felice per il gol e pieno dell’ affetto amichevole che tutta la sua squadra gli aveva dato. Restava ‘nu scarparu, ne era conscio, ma un sorriso, uno sberleffo di un amico spettatore, un colpaccio casuale che porta un gol, il genere di calcetto che avevano creato in quel torneo insomma, campioni ti ci faceva sentire, in un modo o nell’altro, per qualche minuto.

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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