Roberto
Spoleto ospita e ha ospitato, oltre al Papa nel Medioevo, oltre a Graziano Mesina nel carcere della Rocca Albornoziana (da cui riuscì ad evadere), oltre al Festival dei Due Mondi, oltre a una serie di scrittori e poeti che hanno lasciato la loro traccia qua e là in giro per la città, anche qualche decina di migliaia di ragazzi, nel convitto di Piazza Campello.
Arrivai in convitto nel 1993, entravo in quinta elementare, con me c’erano mio fratello Maurizio e mia madre. Per quanto giovane mi potesse sembrare, lei ci lasciò lì e non restò, non divenne convittrice come noi.
Appena arrivati al piano del settore maschile, davanti alla biblioteca, cercò un istitutore, il signor Calisto, col quale, nei mesi antecedenti al nostro arrivo, aveva pianificato il primo inserimento in quella comunità. Conoscendo la mia povera mamma, non voglio nemmeno pensare cosa il povero Calisto abbia dovuto patire, con le milioni di telefonate cariche d’apprensione ch’ella avrà lui rivolto. Ad ogni modo, lo trovò, ma andava di fretta, oltretutto, il turno all’accoglienza dei nuovi arrivati, quel giorno era affidato a Francesco. Ricordo come fosse ieri il suo discorso solenne. In mezzora cercò d’insegnarci alcune norme basilari di comportamento coi compagni. In tutti gli anni passati là dentro, l’immagine di quell’uomo occhialuto, dai modi galanti e dall’accento campano, che parlava con me, Maurizio e mia madre, mi spingeva a idealizzarlo, e a nutrire nei suoi confronti una sorta di rispetto e devozione, insoliti, devo dire, per il Riccardo di quell’epoca.
Poche ore dopo l’incontro con Francesco, conobbi Alberto, di sfuggita. Ricordo che mi trovavo in una stanza con due calciobalilla e un tavolo da pingpong, e i corridoi, da deserti che erano, si animarono d’improvviso. Urla, baccano e colpi di pallina. Mezzora di divertimento con venti bambini sconosciuti. Poi apparve Alberto, che con un “Andiamo!” pose fine a quella che, scoprii in seguito, era la ricreazione dall’ora dello studio dopo scuola.
Giorni dopo fu la volta di Dino e Pietro. Quest’ultimo era uno degli istitutori più permissivi, per questo speravamo sempre che fosse destinato alla nostra squadra –eravamo divisi in squadre, in base alla classe che frequentavamo-.
C’era poi Agostino, un omone alto un metro e novanta, un vocione con l’accento calabrese e degli occhiali da giornalista della Rai degli anni Settanta. Due mani grandi come quelle di Reginato, mitico portiere del Cagliari di Gigi Riva.
Lucio, un uomo estremamente serio, incuteva timore e aveva una voce bassa e penetrante, come il suo sguardo. Era in realtà un uomo colto, sensibile e buono.
Stefano, detto “Capoccione”, romano, romanista innamorato di Spoleto, innamorato del calcio dilettantistico, innamorato del calcio giovanile. Un amico.
Non posso stare qui a ricordare ogni singola persona, descriverla, raccontarne i gesti, basti sapere che gli istitutori erano i nostri educatori. Ci accompagnavano a scuola, ci correggevano i compiti, firmavano le richieste dei soldi, i permessi di libera uscita, ci mettevano a letto, ci svegliavano al mattino, ci portavano al campetto a giocare a calcio, andavano ai colloqui coi professori, stavano vicino a noi, come fratelli maggiori. Chi più e chi meno. Conoscevamo il carattere di ciascuno di loro, ma anche e soprattutto, le loro competenze didattiche. Sapevamo che Stefano poteva aiutarci in matematica, Lucio un po’ in tutto, Pietro in inglese e francese, e così via.
Alcuni anni prima che io mi diplomassi ed abbandonassi la struttura, le riorganizzazioni e ridefinizioni dei ruoli all’interno dell’INPDAP -che allora gestiva il convitto- fecero in modo che i vecchi istitutori cambiassero mansioni. Molti di loro furono destinati agli uffici, altri addirittura alla sede centrale di Perugia. Oggi, quasi tutti sono andati in pensione, oppure non lavorano più in piazza Campello. Tranne alcuni, tra cui Roberto.
Roberto, nel 1993, era un giovanotto di una quarantina d’anni. Andava in giro con un giubbotto in pelle, dei capelli brizzolati lunghi e voluminosi, una barba che, a seconda del periodo, era corta oppure alla Carl Marx. D’aspetto era, probabilmente, uno dei più appariscenti, cosa che andava profondamente in contrasto con la sua reale personalità.
Col tempo si dimostrò un uomo che svolgeva il suo lavoro di educatore perché mosso da una profonda vocazione, che aveva radici non solo nella volontà di formare i suoi ragazzi come lui, a sua volta, era stato formato, ma andava a collegarsi col suo amore per la cultura e per l’arte. Scoprii, col tempo, che anche lui era stato convittore, anche lui aveva vissuto i problemi familiari che avevamo vissuto noi, anche lui era cresciuto lontano dalla sua terra natia, la Puglia.

Sapete come scoprii che era laureato in Lettere? Una sera del 1998, dopo cena, non avevo ancora finito di tradurre una versione di latino per il giorno dopo. Una frase mi risultava intraducibile. Ero in camera di mio fratello, terra di ragionieri, ignoranti in materia. Chiamammo Marco e Vito, studenti agli ultimi anni del Liceo Classico, ma nulla. Uscii in corridoio, oramai scoraggiato. Incontrai Roberto. Come sempre passeggiava col suo fare disinvolto, un sorriso mite ed intelligente, apparentemente avulso da ogni cosa potesse succedere tra di noi, ma invece perfettamente attento e perspicace.
– Richard! Che stai a fa’? Hai qualche problema?
Gli piaceva scherzare, e sovente lo faceva accentuando le inflessioni umbre nella sua parlata pulita e priva di eclatanti cadenze.
– Non riesco a finire questa versione, Robe’.
– Fammi vedere.
Ci poggiammo alle puzzolentissime scarpiere che stavano di fianco alle porte delle camere. La frase che non riuscivo a tradurre era complicata da un vocativo che declinava il nome di Niso, che nemmeno ricordo chi diavolo fosse (non credo sia lo tesso Niso che dà il nome a una zuppa, al ristorante giapponese). Lui impiegò un secondo:
– Ti offro questo ciondolo, oh Niso, pegno del mio amore.
Scoprii così che Roberto aveva una laurea in Lettere. Invece, che lui fosse il maggiore esperto di musica di questo mondo e di quell’altro, tanto che più volte ho sospettato che il Festival dei Due Mondi fosse dedicato a lui, l’ho scoperto in età adulta, nelle lunghe ed appassionanti discussioni che imbastiamo nel sito degli ex convittori (exconvittori.it). Se nomini un gruppo musicale o un genere, stai pur certo che lui, come minimo, ne possiede una collezione in vinile, e una volta ogni tre ha assistito a un concerto. Ho pianto di passione quando raccontò del concerto dei Led Zeppelin, che dopo che “irruppero” sul palco, fu interrotto da degli scontri tra polizia e portoghesi, ai cancelli d’ingresso. Per non parlare del concerto di Patty Smith, che lui definì “uno dei concerti più brutti che avessi mi visto, coi giovani che si bucavano sotto al palco e un ambiente cupo e desolato”. Ah, lo sapete che tra i suoi gruppi preferiti ci sono gli Who? Ecco, quando me lo disse, fu un giorno felice, perché lo fece mentre io parlavo di una loro canzone, in collegamento alla mia fresca lettura di un libro di Jack Kerouak.
Mi piace citarli in ordine sparso, i ricordi.
Da bambino mi ero innamorato di un famoso film, La storia infinita. Mia zia lo aveva in videocassetta, ed ogni volta che andavo a casa sua me lo lasciava guardare. Le scene di Sebastian che, sotto una coperta in una disordinata e polverosa mansarda, leggeva quel fantastico libro e viveva le stesse avventure di Atreju e Falcorn, per poi venire chiamato ad intervenire per salvare il mondo, in un favoloso caffelatte la cui miscela era composta dalla vita reale e da quella dei libri che leggiamo, mi avevano rapito. Così, dopo qualche mese dal mio arrivo a Spoleto, finalmente mi avvicinai alla biblioteca, la stessa biblioteca dove mia madre cedette il mio temporaneo affido alle sicure ed autorevoli braccia della previdenza sociale. Dentro vi trovai Roberto, silenzioso e solitario come sempre. Le mani bianche e, vi ho pensato da adulto, fatte di carta, di inchiostro e colla a caldo, talmente erano esperte e delicate nel toccare i volumi custoditi in quella meravigliosa sala.
– Roberto, questa biblioteca è tua?
– No, Richard, è di tutti. Io l’ho solo riordinata, ricatalogata, e rimessa a disposizione. Cosa posso fare per te?
– Vorrei un libro, ma non so se esiste. La storia Infinita.
– Ma certo che esiste! Ma non ce l’ho. Devo ordinartelo.
Così, dopo alcune settimane, mi venne a cercare. Mi registrò nello schedario, e mi diede il libro. Cominciai subito a leggerlo, ma finii subito e glielo restituii intonso. Non ero pronto per una lettura del genere. Il bello è che lui, di questi episodi, si ricorda. Io ho avuto dieci, forse venti istitutori, ma non di più. Lui, dal canto suo, ha avuto migliaia di convittori. Però si ricorda.
La SUA biblioteca ha le mobilie in legno, chiuse con delle ante in legno e vetro, e i piani più alti si raggiungono con una scala, identica a quella dove Belle di La Bella e La Bestia, balla e canta all’inizio del film. Quando penso a un posto felice, a un odore, a un rumore, io vedo a quella biblioteca, e ad un uomo che prende, apre, sigla, attacca, ripone, torna di qua e va di là.
Quest’estate, nel mezzo della stagione pazza e frenetica del centro commerciale dove lavoro, nel nostro amato forum sono “andato” da Roberto, e gli ho chiesto:
– Che fai?
E lui, come sempre, mi ha risposto. È inutile dirvi esattamente cosa faceva, ma posso garantirvi che lui, qualsiasi cosa faccia, qualsiasi cosa dica, lo fa come se fosse Spoleto stessa, le sue costruzioni, l’odore del pepe delle salumerie, il rumore del vento nei boschi, a parlare. Chi come me, come noi convittori, in età adulta si è accorto di avere un qualcosa che tira la giacca, un elastico immaginario, la sensazione di avere lasciato un pezzo da qualche parte, mi capirà bene. Ecco, io parlo con Roberto, e mi sento a casa. Lui nomina le vie, lui sa che scuole ha fatto Serafino dei panini alla porchetta, lui percorre a piedi la salita del municipio per andare a lavoro, si affaccia dalle finestre da dove ci siamo affacciati noi, porta avanti il nostro pensiero, come un paladino della nostalgia. Lui compie ogni giorno una missione, come una lunga saga letteraria che hai paura di terminare e quindi smetti di leggere un po’ prima della fine. Pensi: “così i protagonisti sono lì e io posso raggiungerli quando voglio”. Roberto è uno di quei protagonisti.
Una volta, il corridoio delle camerate era una totale baraonda: due ragazzi stavano litigando. D’improvviso apparve Stefano, il romano e romanista. Anche lui come Roberto, e come Francesco e Agostino, era stato convittore prima di noi. Sapevi quando era nelle vicinanze, perché in mano teneva sempre un grosso mazzo di chiavi che tintinnavano. Noi però, tra tifo e schiamazzi, quella volta non lo sentimmo e lui trovò i due combattenti con le mani vicendevolmente uno sopra l’altro.
– La prossima volta che ve becco che ve state a mena’…
Fece una pausa -e di questo lo sfottei per tanto tempo- perché non sapeva come finire la frase. Poi si riprese e concluse:
– La prossima volta che ve becco a menavve, VE MENO IO!
Non lo vidi mai menare nessuno.
Roberto, invece, quando si trovava a dover dirimere delle questioni simili, reagiva in maniera diversa. Prendeva i due violenti per il colletto, trascinandoli come fuscelli li metteva uno di fronte all’altro, ed infine li costringeva a fare pace. I due, ovviamente, si rifiutavano quasi sempre:
– Ah, vi rifiutate? Allora andiamo dal direttore!
Era raro vederlo infuriato, e quella era una delle poche occasioni, insieme a quest’altra, che ricordo bene:
quando eravamo in sala studio, alle tre del pomeriggio scoccava l’ora del silenzio. Tutti i convittori dovevano stare a sedere e svolgere i compiti per casa. Era ammesso qualche chiacchiericcio, ma non si doveva esagerare. Per questo, ovviamente, esagerare era il gioco quotidiano. Quando il nostro istitutore era Roberto, lui si presentava sempre col suo fare tranquillo e sorridente. Rispondeva alle battute e ricambiava, fino a che non stabiliva il limite.
– Ora però a lavoro, ragazzi!
E il baccano continuava.
– Ora a lavoro, ripeto!
E il baccano continuava. Allora Roberto toglieva la sua giacca a piccoli quadri bianca e nera, e cominciava a battere sulla cattedra, finché le nostre orecchie non cominciavano a fischiare. Quando iniziava a battere, significava che la pazienza era finita, e con lei anche la sua fiducia, per quel giorno. Diventava marmoreo e imperturbabile, come una mamma offesa con suo figlio.
– Me sa che oggi a Robberto se lo semo giocato!- disse un compagno, una volta.
Quando l’anno scorso sono andato in visita al convitto, ho chiamato Roberto. Mi ha portato a visitare i suoi uffici, le camerate, mi ha parlato di come ora vivono i convittori, di come la vita sia cambiata e di come la comunità dove io sono cresciuto, oggi sia diversa. Una cosa è sempre la stessa: la luce e l’odore. Ogni volta che ci vado, Spoleto mi sembra sempre più grande, o forse cresce il mio bisogno di collegarmi a lei, di avvicinarmi. Beninteso, Maurizio, il fratello con cui frequentai il convitto, oggi si è stabilito lì, ha una brava fidanzata e due figli che amo. Sarà anche per quello che pian piano, prepotentemente nella mia mente si fa strada il sogno di poter vivere a Spoleto, un giorno, in un’altra vita, magari quando inventeranno un mezzo di trasporto diverso dal mio odiato aereo, ma altrettanto veloce, così che io possa raggiungere la mia amata Cagliari anche solo per un caffè, quando ho voglia. È l’idea di un amico che vive il convitto da sempre, però, che mi scombussola il sonno. L’idea di Roberto.
Il primo giorno delle vacanze pasquali, quando ero in prima superiore, andai in sala istitutori, a salutare. Vi trovai Roberto ed altri colleghi. Ci chiesero con quali mezzi avremmo viaggiato fino alla Sardegna, e noi gli spiegammo che saremmo scesi a piedi fino al Corso Mazzini, poi in autobus fino alla stazione dei treni, poi Roma Termini-Civitavecchia, e da lì in traghetto fino a Cagliari, perché io non volevo prendere l’aereo. Un viaggio di ventotto ore. Chiacchierammo per un paio di minuti, poi, quando arrivò il momento di congedarci, Roberto, col suo sorriso:
– Mi raccomando, andate piano!
Ridemmo, ma non fu l’ultimo saluto prima di partire. Arrivati in portineria ci accorgemmo che un bel diluvio ci attendeva fuori. Nel mentre, il furgoncino dell’INPDAP arrivò e parcheggiò nell’area coperta della portineria. Ci chiesero una mano a scaricare il cassone, e noi accettammo. Giunse anche Roberto, che stupito per tanta acqua, esclamò:
– We, piovono pietre!- alludendo al capolavoro di ken Loach.
Io, che a casa avevo un fratello maggiore appassionato del cinema d’autore britannico, conoscevo la pellicola, che era tutt’altro che famosa, e glielo dissi. Lui mi rispose:
– E lo hai visto? Ti è piaciuto?
Annuii, ma mentivo. Proprio quel film non lo avevo ancora visto, ricordavo il titolo perché ogni giorno, quando ero a casa, vedevo la cassetta sopra la tv. Ovviamente appena arrivato a casa lo vidi. E mi piacque. Mi sentii fiero di avere un interesse comune con Roberto.
Scoprii solo da grande, invece, che di interessi comuni ne avevo avuto anche altri, come la musica rock. In effetti Roberto non teneva tanto ai virtuosismi, a far conoscere al mondo il suo sapere, quindi quando entrava in camera e sentiva la mia musica, oppure quando mi incrociava ed ero assordato dalle cuffie a tutto volume del mio walkman, non mi disse mai “io ho il vinile di Baba O’Riley”.
In seconda superiore mi punì. Non che fosse l’unica volta che fui punito, ma quella punizione fu davvero geniale. Quante volte, nella vostra vita, quando un genitore o un educatore vi ha dato una punizione, avete risposto “va be’, tanto oggi non sarei uscito lo stesso”?
Una mattina tardai a svegliarmi. L’ausiliario notturno lo segnalò in sala istitutori, e Roberto, di turno per quella mattina, mi punì: senza libera uscita per quel pomeriggio. Poco male, pensai, tanto era mercoledì.
Arrivato alla domenica, il mio amico Valerio, come me alzatosi tardi qualche giorno prima, mi venne a cercare in camera:
– Ricca’, non lo sapevi, vero?
– Cosa?
– Roberto ci ha punito anche oggi!
In pratica, Roberto ci aveva privato della libera uscita sia per il giorno in cui ci eravamo alzati tardi, sia per la domenica successiva. Quella sì che era una punizione!
Sapete cosa vi dico? Mi sono dilungato troppo. Volevo solo dirvi che Roberto Quirino, che noi spesso chiamavamo semplicemente “Quiro”, in un arco di tempo che si avvicina al mezzo secolo, è stato una sorta di rubino nel grande e grossolano medaglione di rame che è il convitto. Un medaglione pesante, dai contorni irregolari e frastagliati, sbeccato, irruvidito, tagliato dall’imprevedibilità delle migliaia di vite che ci sono andate a sbattere contro. Giovani ragazzi che hanno vissuto, vinto, perso, pianto e riso, gridato, cantato, che hanno ecceduto in una città lontana da casa, rendendo quell’edificio un’entità tutt’altro che regolare, tutt’altro che celestiale. Il convitto è un palazzo rosso di fuoco, è la pelle di una gran cassa che si gonfia e vibra sotto i colpi del batterista. O per lo meno è quello che provoca nell’uomo che sono diventato oggi. Chi come me vive una vita lineare ma sente che qualcosa o qualcuno manchi, potrà capire. Ecco, Roberto è invece quel rubino al centro del marasma che ho descritto. Un nocciolo, il sunto, il punto d’arrivo e di partenza. Ha ricostruito ricordi, ha raccontato storie dimenticate, ha contribuito alla memoria di quella che per qualche anno è stata casa nostra.
Non parlo solo della biblioteca. Cercate i suoi lavori nel sito exconvittori.it, e capirete.
Roberto è andato in pensione da pochi giorni, questo è il mio modo di fargli gli auguri.
Lascio a margine il link di uno degli articoli che ha pubblicato in seguito a una sua ricerca, godetevelo:

http://www.exconvittorispoleto.it/notizie-e-curiosita-storiche/309-la-statua-di-s-antonio-e-una-mistica-giurisdavidica

(Grazie a Paolo Adesso per i contributi fotografici)

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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2 Comments

  • Giuseppe

    E’ proprio lui il grande Roberto. E’ lui …. la descrizione è perfetta. Mi hai riportato indietro negli anni ’60 e a quel periodo vissuto fianco a fianco con Roberto, Agostino, Stefano e Francesco tutti miei compagni di squadra e ….. con il mio grande amico Lucio che ho avuto il piacere di avere come compagno di scuola per un anno al liceo (bocciati) e successivamente nell’istituto tecnico G. Spagna. Bravo Riccardo!

    • Riccardo

      Giuseppe, caro Amico.
      Leggo solo ora il tuo commento, purtroppo arrivano tanti commenti di account falsi con link pericolosi, dove se clicco sto automaticamente facendo un bonifico di 20000 auro alle isole Cayman 🙂

      Grazie di aver letto, e sono contento di aver reso giustizia alla grande persona qual è Roberto!

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