La punteggiatura

 

I segni di interpunzione, mi diceva una professoressa, sono alcuni tra i tratti più belli e complessi della lingua scritta. Possono impreziosire una frase, possono cambiarne il senso, possono rovinarla o renderla incomprensibile. È per questo che li curo così tanto, ed è per questo che, nella ricerca della perfezione, ne sbaglio tantissimi.

Come in amore, d’altronde. Cerco di essere perfetto. Cerco di essere un buon fidanzato, una brava persona. Ma non ci riesco, ho sempre una fidanzata che, un paio di volte a settimana (quando va bene), mi odia per qualche ora. A volte mi ritrovo ad immaginare la punizione che mi darebbe, per i miei errori da fidanzato imperfetto. Penso alla mia testa schiacciata sotto lo scolapiatti, a un coltello che mi affonda in pancia mentre dormo, eccetera. Le mie fantasticherie, per sfortuna, non si avverano mai, e mi ritrovo sempre ad essere punito mediante domande a raffica, accuse di associazione a delinquere di stampo sociale (nel senso che commetto una serie di reati ascrivibili ai normali rapporti sociali con terze persone), mancanze di rispetto i cui confini vengono ristretti in base alla circostanza. Ma questi sono i rapporti tra le persone, ho poco da lamentarmi.

Ma non è delle mie fidanzate che volevo raccontare, non è della punteggiatura che volevo parlare, per lo meno, non nella loro singolarità.

Alle scuole superiori avevo una cara amica, si chiama Francesca e fu la prima persona di sesso femminile con cui potei parlare delle mie esperienze sentimentali. Mi innamorai di una, poi di un’altra, poi di un’altra ancora, finché, durante un’ora di lezione particolarmente noiosa, con Francesca non decidemmo di piantarla coi miei innamoramenti. Non mi portò da un santone, e nemmeno da un ipnotizzatore o da una psicologa. Mi propose una scommessa.

  • Ricca’, tu te la devi smette de fissarti co’ quelle che non ti vogliono. Tu devi fare le tue esperienze e diventare più intraprendente.

Perché io, non l’ho detto, a quattordici anni feci un voto: “non chiederò mai di uscire a nessuna ragazza, così eviterò figuracce in caso di rifiuto”. Pertanto mi innamoravo, contemplavo le mie dame, ma loro non ricambiavano mai. La scommessa di Francesca era molto semplice:

  • Allora, vince chi fa più punti.
  • In che senso? Chi fa più punti in cosa?
  • Con gli infrattamenti.
  • Con gli infrattamenti?!
  • Con le scappatelle, come le chiamate voi, in Sardegna?
  • E come faccio a fare punti? Più ragazze conquisto e più punti totalizzo? Così vinci facile…
  • Eh, no, caro Riccardo. I punti non li fai mica così facilmente. Uscire con una ragazza non ti darà nessun punto. Anche perché tu se ci esci, la porti in giro per il corso e fate avanti e indietro per ore, senza mai concludere nulla. I punti li fai in base a quello che fate.

Iniziavo a capire, e ad aver paura, s’intende.

  • No, non capisci. Ogni bacio, ogni carezza più ardita, ogni cosa avrà il suo punteggio. Un punto per un bacio con la lingua, cinque per una mano sul sedere, dieci per il seno. E ogni punteggio sarà raddoppiato se chi si sbilancerà sarà l’altro. In sostanza: se sarà lei a toccarti il culo, i punti saranno dieci.
  • Ma, hai già vinto lo stesso. Dove lo trovi uno che ti rifiuta?
  • Tu non ti preoccupare, io farò la mia gara, tu farai la tua. E alla fine della giostra, vedremo chi avrà vinto.
  • E chi vince, cosa si aggiudica?
  • Nulla, sarà colui che perderà che dovrà fare una penitenza.

Fu, probabilmente, il giorno in cui scoprii il valore del contrasto, come moltiplicatore delle sensazioni. Un’emozione, da sola, rimane un’emozione, ma se abbinata ad un’altra contrastante, può trasformarsi in apoteosi. Così, il gusto della sfida, il senso intrigante di ciò che Francesca mi aveva proposto, la paura di dovere, finalmente, cambiare e superare la mia timidezza, segnarono una piccola svolta.

  • C’è solo una piccola eccezione.- Concluse.
  • Oh mio Dio. Spara.
  • Non potrai totalizzare punti con Susanna.
  • E perché?
  • Susanna è da sempre innamorata di te, e tu non hai mai avuto interesse per lei. Troppo facile, ora, iniziare a vederla. Lei è fuori gara. Poi, se vuoi uscire con lei, amarla, sposarla, son fatti tuoi, semplicemente in questa tabella, lei non figurerà.

Mentre parlava strappava un foglio da un quadernone e iniziava a scrivere. Dopo le prime quattro o cinque parole però, me lo passò.

  • Ed ora, scriviamo lo statuto di questa sfida.

Redigemmo un delirante e solenne trattato. Parlava del nostro rapporto d’amicizia, della nostra presunta consapevolezza sessuale, delle motivazioni che ci spingevano ad imbatterci in quest’avventura, della segretezza della stessa e delle leggi che la regolavano. Impiegammo alcuni giorni e perdemmo alcune lezioni, per scrivere la nostra Costituzione. Stabilimmo anche che la penitenza del perdente sarebbe stata decisa al momento della conclusione della gara, parecchi mesi dopo. Una delle cose che ricordo con più piacere, fu la volta che Francesca arrivò in classe, e sorridente mi prese da parte:

  • Ricca’, ho ideato la penitenza in caso di sconfitta.
  • Qualcosa mi dice che non mi piacerà, dimmi.
  • Invece non hai capito: ti piacerà. Ho ideato la penitenza in caso di mia sconfitta.
  • Ma come? Hai ideato la tua penitenza? Sei scema?
  • Senti qua. Se vinci tu, io dovrò passare un pomeriggio intero nel centro di Spoleto, bussare in tutte le porte e fare la tentata vendita del Folletto a tutte le signore.
  • E il Folletto te lo porti da casa?
  • No, non ce l’ho. È quello il bello.

Mi aiutò l’autogestione. Anzi, mi aiutò la legge Finanziaria dell’anno 2000, che provocò la protesta degli studenti. Gli istituti tecnici e il liceo Scientifico furono occupati, invece noi delle Magistrali ci limitammo all’autogestione. È evidente che io della finanziaria non sapevo nulla, ergo ignoravo tutti i motivi per cui stavo protestando, tranne uno: protestavo per poter avvicinare delle ragazze con cui uscire, e vincere la sfida con Francesca. Arrivati al mese di Febbraio, io vantavo un grandissimo vantaggio. Oggi non vado tanto fiero dei miei gesti, ma pensare che il sabato pomeriggio mi vedevo con Valentina della seconda B, con Loredana della prima A Pedagogico, e poi al lunedì, all’ora di fisica, compilavo quella sorta di tariffario con Francesca, mi fa ricordare che un tempo, anche se stupido, io sia stato davvero felice.

Era arrivato Marzo quando, calcolando il totale di un mio incontro ci venne un dubbio:

  • E se pareggiamo?

Senza rispondere, io presi lo Statuto, misi un asterisco in mezzo alla lista delle regole basilari, e scrissi:
in caso di pareggio, in caso di perfetta parità tra Francesca e Riccardo, la penitenza consisterà nell’infrattamento tra i due concorrenti (GRANDIOSO!)”

Lei assistette sorridendo a questa modifica costituzionale, conscia che un pareggio sarebbe stato pressoché impossibile, ma la regola fu accettata.

Entrambi eravamo ancora vergini, ecco perché il punteggio per “la trombata”-così era segnata nel nostro foglio- era di cento punti. Un giorno Francesca arrivò in ritardo a scuola, e mentre la professoressa faceva l’appello, lei bussò, entrò e chiese scusa, ma lo fece guardandomi con fare beffardo e canzonatorio: capii che i primi punti che avremmo segnato nel suo contatore sarebbero stati i magnifici cento punti de “la trombata”.
Durante la lezione continuai ad insistere perché annotassimo tutto, ma lei non volle. Io tastai ancora una volta l’emozione forte basata sul contrasto: la paura di passare in svantaggio e l’impazienza di ascoltare, nonché di essere il primo a cui lei avrebbe confidato il suo segreto, e conoscerlo nei particolari.
Per giorni si rifiutò di scrivere quei maledettissimi punti, e mi minacciò di morte se avessi anche solo accennato agli altri compagni del suo grande passo.

  • Ricca’.
  • Dimmi- Era sabato, e mi si avvicinò nuovamente con quel sorriso canzonatorio.
  • Non era vero niente.
  • Non hai trombato? E perché?
  • Perché Mattia non l’ho visto. E comunque lo sai, se lui mi vuole non lo voglio io, se lo voglio è lui a non volere me.
  • Quindi sei ancora a zero punti?
  • Me sa de sì. Pensa che l’altro giorno ho aspettato nel vicolo dietro la scuola per accumulare ritardo e fare quell’entrata lì. Tutta per te. Però c’è un problema.
  • Ecco la beffa. Vai…
  • Stasera devo uscire con Mattia.

Mattia era, come direbbero in un film di Sergio Leone, il suo Diletto. Lo amava da sempre, come Susanna amava me. Tutti sapevano che Francesca amava Mattia, e come in tutte le classi di scuola superiore che si rispettino, le compagne gli avevano dato anche un soprannome: L’Uomo Deforme, per la particolare conformazione del suo viso, caratterizzata da una lieve irregolarità nell’altezza degli occhi e delle orecchie. Non mi venne mai in mente di bandire anche Mattia, come Susanna, dalla nostra sfida. Il loro rapporto era troppo discontinuo per poterlo temere. Ma quella sera, ebbi paura davvero.

Il lunedì dopo mi raccontò di baci lenti, i cui punti lievitavano per la particolare sensualità con cui lui toccava lei. In un solo pomeriggio, e con una sola storia occasionale, lei mosse in maniera sostanziale la classifica, e mi si avvicinò. Maledizione. Per di più ero in una sorta di svantaggio morale: non avevo ideato una penitenza per me stesso.

Sta di fatto che la primavera passò veloce, e con lei la meraviglia del clima dell’ Umbria e della sua Spoleto, portando a me il disastro della fine dell’anno scolastico e l’arrivo delle vacanze, e del mio trimestrale allontanamento dal mio e dal nostro mondo.

La sfida non finì così, fu messa in pausa, con un arrivederci a Settembre.

L’anno dopo, frequentavamo la quarta. Nel convitto dove vivevo arrivarono tantissime matricole, tutte bellissime, tutte affascinate da noi, più grandi ed esperti convittori. A ripensarci oggi, la sfida con Francesca mi vedeva partire con un vantaggio troppo grande, perché lei, alla sera, tornava a casa dalla sua famiglia, io invece, tornavo in convitto, dalle settanta compagne convittrici. O più semplicemente, lei lo sapeva, e inventò questo gioco solo ed esclusivamente per il mio bene, per spingere ad evolvermi.

I primi punti dell’anno scolastico 2000/2001 li feci io.

  • Ieri eravamo in palestra del convitto, ero con Andrea e Attilio e assistevamo al torneo femminile di pallavvolo. Ho preso il cellulare di Andrea e ho iniziato a rompere l’anima a una certa Silvia.
  • E lei?
  • E lei niente, ha accettato di vedermi e stasera ci vediamo.

Il giorno dopo, fiero arrivai a scuola e presi il foglio. Dovevo segnare un misero punticino. Avevo ottenuto un bacio al Ponte delle Torri, poco prima di andare a scuola.

  • E ieri? Non hai concluso nulla?
  • No, ieri no.
  • E come mai?
  • Non ho avuto il coraggio.
  • Di’ un po’. Ti piace sul serio.
  • Credo si dì.
  • Allora non me piglià in giro: ve siete messi insieme.
  • Già.

Prese subito  il registro, cancellò col bianchetto il punticino che avevo appena annotato e poi ripose tutto nella sua borsa:

  • I punti fatti con le fidanzate non valgono, la scommessa è solo per scappatelle occasionali.

La nostra sfida si concluse quel momento. Io vissi una relazione con Silvia, me ne innamorai, ci lasciammo, soffrii il primo e vero dramma sentimentale della mia vita, piansi di gelosia, imparai a recitare la parte dell’uomo tutto d’un pezzo per dimostrare al mondo e a Silvia il contrario di quello che in realtà provavo. Conobbi, in sostanza, l’amore. Diventai adulto, perché quell’amore, in un modo che ancora oggi m’è sconosciuto, mi fece ricordare il passato drammatico della mia famiglia, a cui fino ad allora avevo pensato come al ricordo di un altro.

Non racconterò come finì la mia relazione con Silvia, e nemmeno come finì la mia scommessa con Francesca, ma in quest’ultimo caso, non è che non voglio, è che non posso raccontarlo: la nostra scommessa fu interrotta e non si concluse mai. Credo di avere ancora il papiro costituente, tra le pagine del diario della quarta superiore.

Ho scritto dei sentimenti, della goliardia, della spensieratezza. Ho raccontato dell’amicizia nel suo senso più puro, del rapporto che si sviluppa in base a giochi  e dinamiche che a spallate entrano nella vita di un ragazzo. Ho parlato della perfezione.

Perfetto, io, non lo sono in nulla. Nemmeno quando svolgo l’attività più naturale di questo mondo.

In un caso lo sono stato, non sembra? Allora devo spiegarlo.

Ho parlato della punteggiatura, del ruolo che può avere in uno scritto, dell’impossibilità che ho di usarla in maniera impeccabile. Ho parlato del contrasto emotivo di un ragazzo, della bellezza generata dall’imperfezione. Una volta sola la parola punteggiatura è stata perfettamente associabile ad un mio lavoro di scrittura, e fu proprio in quello straccio, pieno di cancellature e orecchie, quale era il registro delle avventure mie e di Francesca.

Bacio con la lingua, palpamento del seno, del sedere, bacio sul collo, sull’orecchio e così via, avevano tutti un loro punteggio, era una sorta di listino dei punti. Io e Francesca, chiamammo questo tariffario dei punteggi, La punteggiatura.

Eccolo, il mio concetto di perfezione. Un errore, una forzatura lessicale, uno scherzo. Punto.

 

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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