A vent’anni, ricordo, quando vivevo a Perugia, il venerdì salivo in centro e andavo al cinema teatro Il Pavone alle 16:30, ora in cui veniva proposta la nuova pellicola settimanale. Qualunque fosse il film che proiettavano, io mi infilavo dentro. Mi recavo in galleria e avevo il mio loggione personale. C’erano diverse sedie, culo su di una, piede in un’altra e braccio in un’altra ancora. Come fossi a casa. Vidi decine di film, e me li ricordo tutti, come The Ring. Me la feci sotto dalla paura, anche perché in tutta la sala c’ero solo io. Oppure Big Fish, Thirteen -tredici anni-.

La mia usanza del venerdì, dicevo, era il pomeriggio al cinema, da solo ovviamente. Quando il film al Pavone terminava, attraversavo il Corso Vannucci e andavo al cinema Centrale a vedere lo spettacolo delle 18:30. Questo era un cinema più tradizionale, e l’orario più commerciale, per ovvi motivi dovuti al maggiore affollamento, mi dovevo accontentare di una seduta sola. Al Cinema Centrale vidi La ragazza con l’orecchino di perla, e credo che se mi fossi messo le cuffie lo avrei amato ugualmente. Ripensando a quei giorni, quei mesi, a quei pomeriggi privi d’uno scopo e di quello che a noi adulti piace chiamare “un senso”, oggi credo che il cinema, per una discreta parentesi di vita, mi abbia reso felice, proprio perché mi ha permesso di comprendere oggi, a distanza di anni, che la bellezza del vivere stia semplicemente in un volto rivolto su, in un naso all’insù, in uno sguardo perduto, in gesti perfettamente privi di un senso. Del senso che vogliamo dargli oggi, s’intende.

Quando mi feci più grande e tornai a Cagliari, iniziai ad andare meno al cinema, anche perché la mia città ha perso praticamente tutte le sale, in favore dei multisala. E a me sentire il tizio a fianco che mangia pop corn, fa venire un certo nervoso.

Fu così che iniziai la mia carriera da divoratore di serie tv, che, devo dire, durò pochi anni. Oggi guardo solo quelle che ho già visto. Non ho voglia di conoscere personaggi nuovi, ambientazioni, fotografie. Sono diventato un sedentario abitudinario, anche se nei posti devo recarmici solo con la mente. Forse ho solo paura di affezionarmi, forse ho solo paura di guardarmi dietro, e di farlo per davvero.

Fortunatamente questo non capita coi libri, ma questa è un’altra storia.

Oggi mi sto perdendo in digressioni, più del solito. Tornando a noi, la prima serie tv che vidi fu Desperate Housewives, e ne restai folgorato. Salvo disappassionarmi dopo la seconda stagione. Poi Lost, Misfits, varie sit com e via discorrendo. Alcune le abbandonai, altre le terminai.

Ma non è soltanto di serie tv che volevo parlare. Le sigle, devo dire, sono sempre state le cose che mi han rapito maggiormente.

La mia sit com preferita è Malcolm in the middle, ma adoro My name is Earl, Friends, Scrubs. Per un motivo o per un altro, continuo a guardarle e riguardarle, prima di dormire.

Di Romanzo Criminale conosco tutte le battute.

Non credo però che le sigle di queste opere televisive siano all’altezza dei contenuti proposti episodio per episodio. Friends, ad esempio, viene impossibile puntare il cursore trenta secondi dopo e saltarla, fa piacere guardarla ogni volta. Ma non mi basta.

Le mie sigle preferite sono, senza ombra di dubbio, quella di Dexter, quella della miniserie de il Mostro di Firenze e infine quella di Twin Peaks.

Come in molte cose, i miei gusti si spostano a seconda dell’umore. Una cosa comune, però, me le fa apprezzare sempre: il fatto che all’interno di un videoclip di pochi minuti sia racchiuso il nocciolo dell’opera. Le sensazioni, le ambientazioni, l’aura di inquietudine e mistero, espresse ed impresse in immagini montate una dopo l’altra, messe in musica da artisti a tutto tondo, proprio perché si esprimono su due fronti e aiutano noi comuni mortali a comprendere. Sembra che l’autore, dal principio, voglia svelare tutto quel che accadrà, tutto quello che sente, il motivo per cui ha realizzato il suo lavoro. Senza paura, senza troppi veli.

La mia preferita tra le tre, oggi, è certamente quella di Twin Peaks. Non sto ad elencarne tutti motivi, sarei come al solito noioso, ma posso dire il principale: nella sigla posso fare un’ulteriore classifica della sequenza che più mi piace, e questa volta posso dire senza dubbi che muta ad ogni episodio. L’uccellino, il cartello all’ingresso della città, la cascata, le macchine in fabbrica, le didascalie in verde. Twin Peaks non genera le mie emozioni, le comanda e le guida.

 

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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