Un uomo aveva in mano una tessera bancomat, la inserì nel Pos, digitò l’ importo, con fare esperto lo girò e porse la tastiera al cliente che coprendola scrisse il codice segreto. Attesero entrambi, forse sperando insieme che il conto contenesse abbastanza denaro, che uscissero i due scontrini, transazione eseguita, copia cliente. Vuole una busta, sì grazie, anzi guardi le do questa di cartone con le figure della Disney, che gentile, grazie arrivederci. L’uomo girò attorno al banco, attraversò il negozio. Una donna teneva della merce in mano, indecisa, guardava con occhi supplichevoli l’uomo, che sorridendo scelse per lei, a caso. Mi attenda alla cassa, arrivo subito, guardi questi, sono in offerta, no grazie siamo a fine mese sa com’è. Mentre torna indietro verso il bancone un cliente lo fermò. Quale va meglio per me tra il rosso e il verde? Il rosso le dona di più e si pulisce più facilmente. Tornato alla cassa l’ uomo prese un oggetto, vi infilò un aggeggio che serviva a scoraggiare i ladri, mise l’ oggetto con l’ aggeggio in tasca e proseguì coi clienti. C’ ero prima io, si ma io devo chiedere solo delle informazioni, tranquilli vi servo insieme e nessuno aspetterà mi dica, quanto costa quello leggero, è in offerta costa tre euro in più dello standard e se ne prende tre uno è in omaggio, ne prendo sei allora, signora dicevamo deve pagare solo questa e i sorrisi sono gratis, lei è un gran simpaticone e porterò sicuramente mia figlia mio genero mio marito mio nipote la mia vicina e il medico di famiglia dell’ altro mio figlio che per di più è anche pediatra e sono clienti di un altro negozio uguale a questo ma con commessi meno simpatici.

Arrivato alla quarta ora di lavoro, l’ uomo constatò con ilarità che ne mancavano solo altre otto alla fine del turno.

La posizione in cui era ubicato il suo negozio era a una distanza così perfettamente equa tra le due uscite poste agli antipodi del centro commerciale, che era matematicamente impossibile cercare di sbirciare fuori, per vedere almeno che tempo facesse. Mentre serviva i clienti, alle casse del market di fronte, una interminabile fila costringeva le cassiere a non piantarla mai di far bippare quel maledetto coso che maneggiavano. I dispositivi antitaccheggio del market ogni tanto suonavano anche se non vi passava nessuno in mezzo. Bambini correvano nel negozio e ridevano, i loro genitori che – non essendo entrati per comprare – non si prendevano la responsabilità di salutare e col fiatone recuperavano i propri figli. In fondo al corridoio una piccola messa in scena per bambini lasciava intrasentire solo delle note confuse di qualche filastrocca, mischiate a voci semi dissolte nel rimbombo e nel frastuono della gente che camminava. L’ uomo intanto aveva acceso un po’ di musica, ma dovette spegnere per non essere linciato dalle vecchiette che sembrava odiassero i Cure. Quando tutti i clienti erano tenuti a bada, tutti maturi, dunque indipendenti nello scegliere l’ oggetto più congeniale alla propria esistenza, alla propria personalità e alla propria vita familiare, l’ uomo frugava in una scatola, scartava, spuntava su un foglio che doveva essere una bolla di consegna, infine prezzava ed esponeva. Veniva distratto dai passanti, magari dalle loro fidanzate smutandate, con dei vestiti corti e succinti, studiati a puntino non tanto per ragioni estetiche, ma per avere meno stoffa addosso che prendesse il tanfo del fast food dove pranzavano. Una pattinatrice portava dei vassoi pieni di bevande dal bar ai negozi, e non sbatteva mai contro nessuno, mentre i comuni mortali dotati di scarpe senza rotelle sgomitavano tutto il tempo e calpestavano pupi alti un metro.

La sera era calata, ma non tutti i cieli erano diventati scuri. Il cielo fatto di cemento bianco ingiallito del centro commerciale era rimasto luminoso. Quella luce forte e bianca, quella luce che riempie e sembra anch’ essa fare rumore. Quella luce che sembra invogliare, anzi implorare le persone a non demordere, a continuare a cercare l’ oggetto da comprare, a continuare a mettere le mani, toccare, girare, analizzare, indossare, odorare, testare, assaggiare, fino all’ ultimo secondo, quando la maledetta voce della speaker annuncia la chiusura del centro, ma involontariamente sveglia nelle persone la fretta di vedere l’ ultimo negozio, a caccia dell’ occasione.

L’ uomo finalmente chiuse le portine, silenzio. Si godeva il rumore dell’ acqua che riempiva il secchio per lavare in terra, già sporco prima di utilizzarlo. Di tanto in tanto si girava verso la porta, uno spostamento d’ aria gli faceva credere che qualcuno, ancora, stesse entrando. Il rumore dello straccio che cade sul pavimento, il rumore del bastone che si flette mentre l’ uomo lo impugnava per eliminare le macchie di gelato colato da qualche cono, il rumore della ventola del computer, il rumore del suo respiro. Oh, il suo respiro, oh, se stesso, tornava in vita in questo momento, quando non era costretto ad interagire, sorridere, accontentare, spiegare e convincere. L’ uomo chiuse la porta dietro di se, fece trenta passi, girò su sé stesso e tornò indietro, a dare due colpi alla porta, mai una volta che si ricordasse se aveva chiuso o no. Mentre si dirigeva verso le uscite, degli operatori di altri negozi terminavano la giornata come lui. Oggi molta gente, eh si ho battuto ottanta scontrini, io sessanta, io mi sono esaurito perché nessuno aveva cambio, ci si vede domani tu a che ora entri, io entro alle nove, ah allora fai lo spezzato, no faccio il continuato dalle nove alle ventitre.

Senza smettere di parlare raggiunsero le macchine, i convenevoli finivano senza pietà, come coi clienti alla chiusura del negozio, coi colleghi al raggiungimento della propria autovettura. Gli occhiali da sole rendevano difficoltosa la vista anche se i lampioni erano ben funzionanti, per di più le sue lacrime facevano appannare le lenti.

Poi le chiavi, la serratura difettosa, dove cazzo è l’ interruttore, via la maglietta e i pantaloni, pizza in forno. Fanculo che cazzo ha la tv che non si accende, il vicino forse mi ha visto piangere. Fanculo la gente, fanculo gli amici, fanculo la solitudine, ormai pure i miei pensieri sono così strani che li capiscono tutti. Tra sette ore di nuovo in negozio, e ci abito anche a duecento metri.

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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