1993.

A Costa di Sopra, per alcuni giorni i ragazzi più grandi si erano messi in testa di costruire una casa sull’ albero. L’ idea nacque per caso in un pomeriggio di bighellonate collettive, stranamente non c’era la voglia di imbastire una partita di calcio in strada, o forse, più semplicemente, nessuno aveva un pallone.

Io e i miei amici più stretti eravamo bambini, gli adolescenti invece, tra cui anche i miei due fratelli, formavano una comitiva a parte, più grande. Eravamo tutti maschi. A parte l’età, un tratto sostanziale ci diversificava: mentre nel loro gruppo c’erano abitanti di tutte le vie della lottizzazione, nel nostro eravamo tutti di via Marghine. Con i bambini di via Goceano, via Mandrolisai o via Gallura eravamo in perenne rivalità agonistica: oggi erano gli avversari in un torneo di calcio, domani nelle Olimpiadi di strada, dopo domani li sfidavamo a chi organizzava la festa di Carnevale più bella, e così via. Ci si conosceva e si era amici, ma era un’ amicizia identica a quella tra i Longeverne e i Caimani ne “La guerra dei bottoni”.  La contrapposizione era definita anche dai nomi dei gruppi, che altro non erano che toponimi. Noi eravamo quelli di via Marghine, ad esempio.

Non era raro che per le strade di Costa di Sopra passassimo del tempo insieme ai grandi. Qualche volta, provavano a metterci uno contro l’ altro, per poi osservarci mentre ci azzuffavamo, e infine dividerci quando la lite si faceva troppo cruenta.

Se non ricordo male, di fronte alla casa degli Antena, all’ imbocco della via Planargia, ci sono degli altissimi salici -o meglio, ricordo che c’ erano gli alberi, è che non so se fossero salici o platani, o chissà cos’altro- sotto i quali da trent’anni ci sono delle cucce per i cani randagi, che randagi non sono perché adottati dal vicinato. Intorno al loro rifugio, decine di ciotole con resti di cibo tappezzati di mosche e moscerini. Ogni persona di buon cuore che porta loro i resti della cena, utilizza i recipienti più disparati. Una vecchia insalatiera in plastica, una teglia usa e getta in alluminio, il contenitore su cui in origine era sigillata la carne al supermercato.
Tutto iniziò dal nulla: qualcuno tirò fuori dei martelli, delle vecchie assi in legno e dei chiodi. Si sentirono alcuni colpi, e in men che non si dica i primi pioli della scala erano fissati sul più possente dei tronchi. Quando le assi erano troppo lunghe, non disponendo di utensili come seghe o lime, le accorciavamo poggiandole sul marciapiede e dando un colpo secco col piede. Come i maestri di Karate.
“No! Voi piccoli non potete salire, è pericoloso” ci dicevano i più grandi, ma in realtà era una scusa perché volevano divertirsi solo loro e preferivano tenerci giù a fare i loro manovali: portami il martello, lanciami un chiodo, acchiappa quest’affare.

Non ricordo esattamente tutti i presenti, ma di certo i capi cantiere erano Manuel e Danilo. Ognuno si costruiva la propria postazione. Più eri importante all’interno del gruppo, più in alto era il tuo sedile tra le fronde del salice (o del platano, o di chissà cos’altro fosse).
La casa di Danilo era davanti a dove si stavano svolgendo i lavori, e lui si preoccupava che fitte frasche coprissero la sua persona dallo sguardo di sua madre che se lo avesse visto arrampicato lassù, sarebbe uscita in vestaglia e a forza di urla, col suo caratteristico accento del Centro Sardegna, lo avrebbe obbligato a scendere. I rami tutto intorno a lui furono recisi a metà, in modo tale che calassero verso il basso senza staccarsi, creando così la parete protettiva che desiderava.

Ricordo che da giù vedevamo poco, e lui raccontava che stava persino costruendo la pavimentazione. Noi ci credevamo.
Leggendario fu il botta e risposta tra lui e Manuel:
– Dani, l’ ascia.
– Cosa?
– L’ ascia.
– CHE COSA CAZZO DEVO LASCIARE?
– Passami l’ ascia!
Mattia, Michele, Maurizio, forse Alessandro e i fratelli Cocco erano presenti ma non so dove fosse e se ci fosse una “stanza” anche per loro.

C’era Marco, uno dei piccoli di Via Planargia, dopo avere scorticato un albero lo leccò e lo trovò persino gustoso.
Una cosa però muove i miei ricordi: Danilo che entrò in casa e ne uscì con la mazzetta e una punta di ferro. Gli chiesi:
-Cosa è?
-Un punteruolo.
-E a cosa serve?”
“Per punteruolo.
Poi lo conficcò a martellate lasciandone fuori una porzione di 5-6 centimetri. Servì come scalino.
Ecco, uno di questi giorni scendo a Costa di Sopra e controllo se in quell’albero ci sono ancora le rovine di quell’opera architettonica. Credo sarebbe emozionante trovarle e magari ricordare qualcosa in più.

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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