Via is Maglias.
Per noi che abbiamo una stazza generosa, che sotto il giubbotto sudiamo anche d’ inverno nonostante la condensa ci si ghiacci in fronte, questo Maggio è un tenero vivere. Una brezza frizzante e allegra rinfresca le nostre passeggiate, e Cagliari non è la solita città di mare che si infuoca non appena il sole si affaccia sui tetti per più di una settimana. Infatti in lontananza, dietro i palazzi, scorgo delle nuvole nere, dalla forma morbida e irregolare, come delle barbe di uomini adulti che si curano poco. Il cielo sopra di me però resta limpido, così limpido che mi sembra di specchiarmici, e vedo la mia faccia inebetita, gli occhi che si incrociano e un sorriso bagnato, chissà quale puzzolente bava tra poco mi solcherà la guancia.
Mi muovo lento e questa vita mi sembra un gioco, come se tutto fosse una finta e io fossi in un sogno, ma in realtà la mia esistenza è ferma a vent’ anni fa. E tra poco mi sveglierò, avrò di nuovo otto anni e mia madre urlerà ancora dal piano di sotto perché i suoi figli, in gruppo, somigliano a una mandria.

 


Da questo asfalto che a breve diventerà un giaciglio credo di vedere una signora. E’ uscita ora ora dal discount, in una mano ha un sacchetto pieno di viveri, e nell’ altra un bellissimo set di coltelli. Io non lo prendo mai. Me lo offrono per cinque euro in più se supero i venti euro di spesa. Li comprerò quando avrò una casa solo mia. Lei invece forse ce l’ ha, una casa. Mi sembra di poter vedere tutte le case. Al terzo piano del palazzo giallo una famiglia apparecchia e le due figlie adolescenti litigano. Un vecchietto invece scalda una pentola sul fuoco. Ma non so dire altro, è come se stessi viaggiando in un treno, e vedo pochi fotogrammi di ogni cosa mi passi a fianco. Solo quella signora. La osservo, sta pulendo le verdure. E mi piace il suo sguardo. Somiglia a una ex fumatrice, che guarda le sue sigarette con la bramosia di chi la forza di volontà la sta perdendo, e ogni giorno ricava un’ attenuante in più a favore di quelle paglie del cazzo.
Lei scruta la lattuga, toglie gli insetti morti, taglia i pomodori. Ma guarda sempre lì. Il nuovo set di coltelli è come se la stesse scongiurando di essere subito inaugurato. Ma lei è come me. Si affeziona alla propria spazzatura. Usa poco i pochi acquisti che fa perché pensa ci sarà sempre un’ occasione migliore. Io la vedo. La punta del coltello che usa è ormai tonda e storta, i dentelli sono smussati e il manico è appiccicoso. Sorride, ripone tutti i coltelli vecchi in una busta della spazzatura e scarta i nuovi. Questi sì che sono coltelli. Nemmeno li lava, il primo utilizzo vuole goderselo tutto lei, è gelosa persino della spugna che li avrebbe strofinati per la prima volta. Il taglio è regolare e semplice. Proprio come nella pubblicità di quel signore che taglia qualsiasi cosa e un pubblico di cuochi come lui lo applaude.

 

 

 

Si, oggi l’ insalata sarà davvero una bella insalata.
Non riesco a capire se sia giorno o sera, non mi ricordo se oggi ho bevuto, se ho lavorato, se dovrò lavorare o se mi hanno licenziato. Mi piace il mio quartiere. Lo osservo sempre quando ho tempo di passeggiare su e giù per le sue sudicie strade. Come mi manca la noia. Il non fare nulla, l’ insoddisfazione di uno studente che non ha il coraggio di presentarsi agli esami, il non avere una lira e sognare un lavoro, l’ odio macilento verso gli uffici pubblici per richiedere certificati e moduli di esenzioni. Come mi manca il mio tempo, mi sembra di vivere un intervallo di sei giorni, come se la settimana fosse semplicemente un ‘ attesa spasmodica, un intervallo forzoso tra una domenica e l’ altra.
Mi sembra di sopportare sempre meno persone, trovo la critica così semplice e divertente che credo finirò per essere lapidato. Odio la mia cortesia e il mio servilismo nel rivolgermi alle persone, come se tutti fossero dei clienti del mio negozio. Odio incazzarmi a morte per stupidaggini, e non sopportare più nulla che non sia fatto con educazione e cortesia. Come se pretendessi di cambiare il mondo, come se credessi di essere io la persona da cui il mondo dovrebbe prendere esempio. Sono solo insoddisfatto di me e pretendo che sconosciuti e amici mi apprezzino con gesti automatici e convenzionali.
Oggi un tizio è passato dritto allo stop. Io ho frenato con forza e la mia macchina ha fischiato. Ho maledetto quel maledetto e lui mi ha mostrato il terzo dito. Quando l’ ho raggiunto non ho avuto il coraggio di fermarlo per dirgliene quattro. Ma come sempre, io che sono un vigliacco e so solo rimuginare dopo avere lasciato correre, la mia rabbia ha montato in ritardo. Allora l’ ho aspettato vicino alla macchina. In realtà non aspettavo lui, ho scritto un bel biglietto di minacce da apporgli gentilmente nel parabrezza. Invece lui è uscito nuovamente di casa. A quel punto gli sono andato incontro, mi sembrava di non avere paura di nulla. Probabilmente anche lui era felice per questo clima. A occhio e croce mi sembrava come me, uno che suda, suda sempre, mangia e suda, proprio come me. Forse era più alto, più muscoloso, o più grasso. Non sono mica stato lì a chiedergli se per caso aveva una percentuale di massa grassa superiore alla mia.
Quando gli ho chiesto spiegazioni circa il suo gesto, senza omettere delle belle parolacce, lui inizialmente è rimasto interdetto. Poi, non so, è come se una voce diversa dalla sua avesse pronunciato un insulto. Non posso dire sia stato lui, ma è una cosa a cui sto pensando ora. Sul momento per me era stato lui e doveva pagarla.
Un amico una volta venne a prendere il caffè a casa. Si presentò con le mani sporche di sangue, con le croste coagulate sotto le unghie. “Ho avuto un diverbio” mi disse. Un tizio aveva bucato le ruote alla macchina di sua madre e lui lo aveva malmenato. Mi piacque così tanto il fatto che dopo averlo ammorbidito di botte avesse provato a buttarlo nel cassonetto, che avrò sognato di farlo tante di quelle volte..
Non credo che quel povero ragazzo mi abbia mai colpito mentre io lo schiaffeggiavo. Ma vedevo che non bastava. Non cadeva mai a terra, non perdeva sangue. Lo stavo picchiando inutilmente insomma. Dietro di noi c’ era un cassonetto, il cassonetto più bello che io abbia mai visto. Un residuo della nettezza urbana degli anni ottanta, con alcune scritte di Uniposca sbiadito, buchi di ruggine e il pedale per aprire il cassone rotto e poggiato a terra. Allora, quale migliore occasione per buttarci dentro una persona?
L’ ho preso per il collo, e con la mano sinistra cercavo di distorcergli la faccia, volevo manualmente fargli fare le smorfie di dolore che non riuscivo a guadagnare con i miei colpi. Ma nulla. Manteneva una faccia indifferente. Come stessi picchiando uno sotto anestesia. Restava solo una cosa da fare, buttarlo nel cassonetto. Non potevo fare altro. Era mio diritto, e sfido chiunque a non essere d’ accordo. Lo spinsi con forza verso quel quadrato giallo tracciato sull’ asfalto. Questo ragazzo era proprio un figlio di buona donna. Non ne voleva sapere di entrare lì dentro. Coi gatti, da bambino, era più facile. Ero anche stanco, il braccio mi doleva a furia di stringere il suo collo. Per di più non ne voleva sapere di soffocare, sembrava gli piacesse quella mia mano. Il mio sogno più grande si trasformava in uno dei miei incubi più ricorrenti: picchiare qualcuno senza che questi provasse alcun male.
Non so, sarà che ora mi sento più lucido, ma a un certo punto mi sembra di aver scorto una luce diversa nei suoi occhi, una determinazione che probabilmente io non avevo espresso. Il suo sguardo cambiò, e posso giurare che volesse dirmi “guarda, si fa così”. Per un solo attimo mi sono accorto di essere a buon punto della mia opera, infatti lui aveva un braccio dentro il bidone della spazzatura. C’ ero quasi. Stavo per farlo. Stavo per vincere. Avrei festeggiato nel migliore ristorante di Cagliari.
Ho solo un po’ di difficoltà a ricostruire il tempo. Non so cosa sia avvenuto prima e cosa dopo, nelle ultime ore. La spesa, lo stop bruciato, la baruffa, la signora, le sue verdure, i suoi coltelli, la famiglia che apparecchiava, il vecchio che scaldava il latte.
Mi sembra tutto fumoso, tutto fuso, come se il mio cervello si stesse squagliando e con lui ogni pensiero e ogni mio senso. Mi sto forse addormentando, sono forse nel mio letto e sto sognando. No, di questo sono sicuro, questo maestrale dolce mi raffredda i fianchi. Sono in strada, e ora non so più cosa sto guardando. Questa ragazza vestita di arancione ha proprio un bel viso, ma non la finisce di toccarmi le costole, preme forte sotto il capezzolo e cerca di schiaffeggiarmi dolcemente. Mi lasci, non le ho le tette, è forse lesbica? Beh, sì, un pochino le ho, se no non suderei a Natale. Ma perché toccarmele?
Ora che ci penso mi sembra di non avere mai sentito caldo. Mi sembra sia sempre stata inverno questa mia vita. Ibernato dentro questa persona che nemmeno io sopporto più. Ma ora capisco, la signora dei coltelli sì che ha le palle. Lei sì che ha avuto il coraggio di tagliare col passato e di smetterla di affezionarsi agli oggetti. Lei sì che non è come me. Dentro il cassonetto dove volevo buttare quel povero ragazzo sfortunato almeno quanto me, la signora aveva buttato i suoi coltelli vecchi, e uno di loro è finito in mano al tizio che picchiavo.
E ora io me ne sto qui. E stavolta non è più una supposizione. Stavolta sono sicuro che questi occhi che mi si chiudono mi porteranno al 1991, a mia madre che urla e a mio fratello che la fa incazzare ancora di più. Chissà se ora che ho lasciato la metà del mio sangue in via Is Maglias sembrerò più magro.

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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