Mi chiamo Roberta, ho ventotto anni e non ho finito le scuole. In realtà le ho sempre finite, ma senza mai ottenere la promozione. Giugno arrivava , l’ istituto chiudeva e io iniziavo le vacanze, poi l’ anno seguente riprendevo dal punto di partenza. Credo di essere arrivata alla seconda superiore, o alla terza al massimo. L’ unica disciplina in cui eccellevo erano i temi. Solo quelli a piacere, si intende. Non prendevo mai la sufficienza, ma me la cavavo comunque. La professoressa mi metteva sempre quattro:
– Dovrei metterti zero perché il tema era sui Poeti Maledetti Parigini e tu hai scritto un racconto su unicorni alati e maghi elfici, però un paio di voti devo darteli perché quanto meno non fai errori di grammatica e poi mi dai dei bei passatempo.
Per sette anni fu lei la mia insegnante di Lettere, e non ci commissionò mai un tema libero. Io presi sempre quattro. Per me era come il centodieci e lode dei sognatori.
Da quando ho vent’ anni lavoro in una piccola azienda e mi occupo di un paio di cosette, ma solo elencarle mi viene il voltastomaco. Vivo sola e ho abbastanza soldi per coltivare la mia passione più grande: l’ apparire. E’ nata dalla mia impossibilità di mangiare in silenzio, che mi ha portato, negli anni, a recarmi in posti pubblici per colazioni, pranzi e cene. Questa mania si è evoluta a poco a poco, e la noia mi ha spinto a cercare i ristoranti cosiddetti stellati. Si capisce che da qui il passo verso la ricerca di abiti griffati e macchine costose sia stato breve.
Ho una Mercedes che pago a rate, e siccome non avrò mai abbastanza soldi per saldarla, ogni due anni la restituisco e ne prendo un’ altra nuova, e la rifinanzio. Lavoro dal lunedì alla domenica mattina per un totale di sessantacinque ore settimanali. Ho una busta paga di milleseicento euro, gli straordinari, concordati in maniera forfettaria in mille euro, mi vengono erogati in contanti e in nero. Duemilaseicento euro. Ho una casa in affitto al centro di Cagliari che mi costa settecento euro più quaranta di condominio, più le spese straordinarie a fine anno, perché l’ ascensore si rompe sempre. Sono al sesto piano, dalla finestra della veranda chiusa abusivamente vedo il quartiere storico di Castello. Mi sono fatta scopare da almeno cinque fidanzati occasionali mentre mi sporgevo da lì. Ammirando l’ imponenza. L’ assicurazione mi costa sessanta al mese e il bollo trenta. Le rate per i mobili di casa ammontano a cinquanta euro. Estetista, nail artist e parrucchiere mi portano via altri duecento, euro più euro meno. La domestica viene due volte a settimana e sono duecento ottanta euro al mese. Non ho mai calcolato quanto sia la somma di tutta questa Babilonia, mi basta comprare qualche chilo di cibarie surgelate appena riscuoto, così quando il denaro finisce non muoio di fame. Contrariamente a quanto si può pensare non amo molto la vita mondana, mi basta sfoggiare i miei averi nel tragitto casa-lavoro-casa e coi colleghi in ditta.
Il tavolo del soggiorno è lungo quattro metri, i due capotavola sono rasenti al muro. Per me è il tavolo più bello del mondo, l’ ho sempre desiderato così. Le poche volte che ho un ospite a cena resta ben lontano da me, così non sento i suoi rumori. Certe persone sembra mastichino caucciù, producono un frastuono assordante, rivoltante, un maciullamento regolare e ripetuto. La forchetta che raccoglie il cibo con fare metodico, gli occhi languidi e la bocca che aprendosi produce lo stesso rumore di quando si scolla una piastrella in cucina. Poi le verdure, oh le verdure. Crunch-crunch-crunch, le carote. A nessuno mai si è frantumata la mandibola, si sono induriti i muscoli facciali fino alla paralisi. No, la masticazione è la prima fase della digestione e nessuno ne rimane punito. Nessuno ne muore, non sia mai. Tutti sembrano esserne abituati, solo io trovo sia così infernale, a quanto sembra, e infatti mi sono comprata una portaerei al posto del tavolo.
Qualche tempo fa una persona ha attirato le mie attenzioni, e da subito ho cominciato a comprare scarpe costose col marchio più grande che ci fosse. Tre paia per un totale di duecentodieci euro. Sotto la mia ditta c’ è un bar-bistrot-american bar-french restaurant. Tutti questi nomi credo soddisfino un’ampia sfera di vizi e gusti, per questo il locale è sempre pieno di persone danarose che fanno a cazzotti per aggiudicarsi un tavolo. Io no, ho aggiunto al mio libro paga una spesa fissa di trenta euro, che elargisco come mancia al cameriere, in questo modo il posto migliore è mio per ogni giorno all’ ora del tè.

Forse anche questo tizio che ormai ha preso posto tra i miei pensieri è come me, anzi, magari meglio, perché non l’ ho mai visto mangiare. Magari anche lui ha pagato il cameriere, perché ogni giorno siede allo stesso tavolo e sorseggia una birra torbida artigianale da venti euro ogni mezzo litro. Beve a colpi di quattro o cinque sorsi, in questo modo l’ insopportabile rumore dell’ esofago che si apre lo si avverte solo una volta, non è come quelli che prendono fiato a ogni sorso, a cui auguro il peggio nella loro bassa esistenza. Forse è per questo che mi piace. Tiene sempre in mano un enorme telefonino, lo studia con attenzione. Ha dei capelli arruffati ma tenuti bene in ordine, degli occhi scuri e a approssimativamente sarà alto un metro e ottanta. Quando indossa i suoi occhiali i bulbi si rimpiccioliscono sensibilmente, e mi piace di più. Quella bella scritta sull’ asta poi, Chanel. Forse è davvero come me.
Non mi è mai servito un grande coraggio per fare le mie conquiste. Forse perché i mammiferi che ho incrociato nella mia vita, ero conscia necessitassero di nutrirsi per vivere, per questo li ho sempre sottovalutati tutti, dal primo all’ ultimo. Pertanto sarebbe follia temere di conoscerne di nuovi, dal momento che ho sempre saputo, dal principio, che la frequentazione non sarebbe durata più di qualche giorno.
Erano esattamente le cinque del pomeriggio, quando una settimana fa , con un briciolo di tensione, mi sono avvicinata al suo tavolo. Tenevo in mano la birra che amava, gocciolava di condensa, la stappai e gliela versai. Mi guardò sconcertato, mentre io lo squadravo e notavo la lunghezza delle sue gambe, sentivo il profumo Davidoff e constatavo amaramente un leggero rigonfiamento sulla pancia. Brutto segno: forse mangiava. Non disse una parola, allora gli chiesi se voleva ordinare da mangiare, ma rispose:
– Non mangio mai…
Mi bastò per annullare la precedente delusione, non gli feci finire la frase , avevo decretato che non mangiava mai. Cianciammo per qualche decina di minuti e decisi: avremmo fatto sesso il giorno stesso, tornai a lavoro per finire la mia giornata. Mi ero offerta di tornarlo a prendere qualche ora dopo con la mia Mercedes. Quella che doveva essere casa sua era una porzione di villa fuori città, presumibilmente fabbricata in serie da cooperative.
Quando lo vidi uscire scesi dalla macchina e mi ci appoggiai, cercando di avere lo stesso portamento che gli ingegneri tedeschi avevano cercato di dare alla mia Mercedes. Forse vi riuscii, perché da come mi osservò potrei giurare che avesse memorizzato ogni singola firma sugli indumenti dei quali il mio corpo era l’ espositore. Lo portai al Table Francais che ormai erano le undici. Bevemmo tanto e lui non toccò nessuno stuzzichino, eppure le mozzarelline campane, i salumi sardi e le torte salate erano d’ aspetto dignitosamente succulento. Le birre che ci portarono erano abbinate a dei calici simili a quelli da vino, a quanto pare oramai le vecchie pinte e i boccali erano appannaggio delle birre da supermarket. Mangiai tutto e non mi ubriacai. Mentre lui si era spostato al bagno io diedi venti euro al cameriere perché portasse a me il conto da centodieci euro. Andammo da me e ci amammo, o per lo meno io amai lui, di questo sono certa.
Il giorno dopo andammo in un altro ristobar, sempre alle undici di sera. Altre birre, altri stuzzichini che mangiai solo io, altre venti carte al cameriere e novanta alla cassa, altro sesso a casa mia.
Al terzo appuntamento lo portai fuori città, in un locale stagionale che aprirono solo per me, dove alla modica cifra di duecento euro ci diedero da mangiare e non lesinarono sulla birra. Una volta da me si buscò uno schiaffo perché provò a possedermi sul mio tavolo, e non potevo permettermi si danneggiasse. Furono gli ultimi soldi che potei spendere. Dalla sera dopo sarei stata esposta all’ umiliazione, sarei stata costretta a invitarlo a casa. In frigorifero avevo qualche birra di basso livello e il freezer traboccante di schifezze. Ma avevo un forno, d’ altronde. Fui dunque costretta a rincasare tre ore prima per i preparativi, storcendo il naso perché quel mancato straordinario sarebbe costato caro alle mie finanze per il mese dopo.
Non avrei servito nessuna verdura pietrosa, nè pasta collosa, solo alimenti a metà tra il croccante e il soffice. Preparai la cena e mi tagliai più volte, le mie mani non erano ferme e sicure come al solito. Temevo l’ incontro in casa, lontani dal brusio e dal chiasso dei locali pubblici, per molti fastidioso, ma che per me significava protezione.
Poi c’ ero io: vestivo un tubino nero e dei sandali, entrambi di uno stilista famosissimo ma dal gusto pessimo. Lui arrivò e prese posto dal capotavola opposto al mio, che avevo marcato il territorio sporcando bicchiere e tovagliolo di rossetto. Era perspicace.
Portai da mangiare in tavola, e lui mangiò. La tv era accesa, non credo di averlo sentito , ma i miei sensi erano tesi, come cercassero disperatamente di captare un suono, isolando tutti gli altri rumori al di fuori di quelli del mio uomo che masticava. Solo in seguito capii che era il mio istinto che cercava l’ ennesima schiacciante prova del fatto che mangiasse raramente, e quando lo faceva si serviva di una bocca foderata al sughero. Eppure l’ impugnare la forchetta con la mano sinistra, lo sguardo, il transitare del cibo da un lato all’ altro di quella maledetta bocca, non mi quadravano. Lo sentivo, dovevo sentirlo per forza. Andai avanti così per qualche giorno, e finii le scarpe e i vestiti, fui costretta ad indossarne alcuni che avevo già indossato. Finii per sfornare gli ultimi residui che il congelatore proponeva. Era una corsa contro me stessa, mi preoccupava grattare il fondo del frigo e dell’armadio, ma la voglia di averlo a me, di tenerlo vicino, era troppa, e ogni giorno aumentava.
Il settimo giorno Dio si riposò, per noi invece fu il più sfortunato.
Sedevamo a tavola, e la sconfinata superficie su cui poggiavamo i gomiti e le stoviglie era zeppa di pietanze e bevande. Le ultime. Ogni fiamminga conteneva una ricetta che celava qualcosa, e questo qualcosa era il nocciolo dell’affare che stavamo trattando. Era una relazione, ma io la gestivo come si gestisce una transazione economica, mascherando il mio prodotto, valorizzandolo con ricami e involucri. Lo facevo con la mia persona come con il cibo surgelato che mangiavamo.
Arrivammo al secondo, e lui prese una crocchetta. Masticò due volte, alla terza aprì lievemente la bocca per bere, e io lo sentii. Sentii l’ impanatura collosa che si disuniva per lo schiudersi delle fauci, sentii l’ acqua che dal bicchiere si riversava in gola, trasportando il bolo. Ne avvertii l’ odore e lo associai al colore, forse anche al sapore. Un sapore che poi fu chiaro, era quello della disillusione, dolce come un gelato mangiato in fretta che poi ti manda all’ ospedale per una congestione. Ecco cosa non mi quadrava, e che ora si era rivelato alla luce del sole: era un mangiatore abituale.
Salii sul tavolo e lo percorsi a carponi. Lui credette avessi capitolato e avessi finalmente deciso di scopare lì sopra, invece arrivatagli dinanzi gli presi la forchetta dalle mani e l’ affondai nel collo. Restò ovviamente muto, e fece gli stessi rumori che faceva mio padre quando trent’anni fa a tavola in famiglia mangiava la merda che gli cucinava mia madre. Lo guardai affogare col suo sangue, cercava di vomitare ma i muscoli erano già fuori uso e i conati troppo deboli. Morì su quel tavolo.
Pensai di surgelarlo e mangiarlo il mese dopo quando avrei finito i soldi. L’ avrei masticato a bocca aperta, avrei fatto gridare i miei denti, avrei goduto, avrei ingoiato e digerito il mio amore e il mio odio, che in pochi giorni avevano preso le sembianze di un uomo dai capelli arruffati e gli occhi piccoli.

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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