A diciassette anni facevo il cameriere in un hotel a Monteluco, una località montuosa nei pressi di Spoleto. Era l’Estate 2001, e mentre al bar preparavo le colazioni da portare in sala agli ospiti, la tv trasmetteva le immagini del G8 di Genova. Ero un adolescente con l’illusione che un impiego stagionale mi avrebbe garantito i soldi per una stagione di divertimenti e bagordi. Ma il lavoro, constatai, era un’altra cosa. Ricordo che mentre aspettavo che i vacanzieri scendessero per ordinare i cappuccini e le brioches leggevo un libro, che lasciai a metà, ma conto di finirlo, prima o poi. I Furiosi della Domenica, di Bill Buford. Un racconto-analisi sull’ Hooliganismo inglese.
Di quei tre mesi in albergo ricordo praticamente tutto. Nonno Mario e il suo cibo squisito che spizzicavo tra una portata e l’ altra, lui che era una forza della natura e il soprannome che mi aveva dato: Orgosolo; le nonnine che passavano due mesi in albergo e le figlie che le raggiungevano per fare loro compagnia a turno; gli Headwaters, i camminatori inglesi che passavano le vacanze con scarponi, bermuda e zaino ad esplorare i boschi; la comitiva dell’Anffas di Frosinone, con Peppe, Fulvia, Massimino, Luciano e tutti gli altri assistiti ai quali mi affezionai così tanto che il mio umore, al loro addio, cambiò per giorni. Ricordo la disillusione, tra le altre cose. Tutti i miei compagni convittori mi raccontavano le loro scappatelle con le figlie dei clienti dei posti dove d’ Estate lavoravano, il mio hotel invece era popolato da anziani, le cui figlie, al massimo, se proprio dovevano essermi qualcosa, di certo non potevano essere mie amanti, potevano essere mie nonne.
Ricordo il piacere di essere chiamato per nome dai clienti, cosa che da allora ancora oggi ricerco, nella mia strana tendenza a dare un tocco di provinciale e di paesano alla quotidianità della mia professione.
Poi ricordo un’altra cosa. La signora Nobilia. Era lei la più famosa tra le signore che stavano all’hotel pressoché tutta l’ estate. Un giorno a pranzo servivo a lei e alla sua gentilissima figlia che in quei giorni era in turno, i bucatini col sugo alla pancetta.
Per fare l’ intenditore mi presentai con la fiamminga e, forse anche per distrarle da eventuali schizzi di salsa -i bucatini sono maledetti e io non ero tutto questo grande Maitre-, dissi:
“Questo è il vostro piatto tipico, voi che siete romani. In tutti i film c’ è sempre un romano che li nomina. Alberto Sordi, Aldo Fabrizi, Claudio Amendola..”
“Eh no, Riccardo, ti sbagli. Non si chiamano Bucatini alla Matriciana, ma all’ Amatriciana, prendono il nome da Amatrice, il paese laziale dove furono inventati”.

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Racconti di un ottico solitario diRiccardo Balloi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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